di Cesare Maffi
Italia Oggi, 28 novembre 2019
Chi viene indagato o è colpevole e sarà condannato, o ce la farà per il rotto della cuffia. L'offensiva giudiziaria contro la fondazione renziana Open, inusitata per dimensioni, ha mandato in estasi sia i giustizialisti (capeggiati, more solito, dalla coppia Fatto-Repubblica), sia gli avversari di Matteo Renzi (per restare nella stampa, La Verità).
Beninteso, la circostanza è stata sfruttata, con immediatezza, da titolati nemici del fondatore di Italia Viva, su tutti Luigi Di Maio, il quale ha così trovato la ghiotta occasione per abbinare la propria vocazione manettara con l'insofferenza per l'anti-grillismo praticato (oggi, beninteso) da Renzi. È indubbio che riesce difficile, se non impossibile, difendersi da un simile assalto di pubblici ministeri, sostenuti da mezzi di comunicazione aprioristicamente schierati e, in certa misura, avvantaggiati dal ricordo di Tangentopoli.
Quali che siano le ricostruzioni storiche della vicenda giudiziaria che, in concreto, affossò la Prima repubblica, non si può negare che Tangentopoli fu un fenomeno popolare, che ancora serba un fascino destando rimpianti. Basterebbe ricordare il livello di stima diffusa raggiunto da Antonio Di Pietro, venerato come fosse stato madre Teresa di Calcutta, per capire come ancor oggi le notizie circolanti (finanziamento illecito ai partiti, traffico d'influenze, ossia un reato evanescente) sono comunemente tradotte in corruzione, truffa e peggio.
La reazione immediata di molti, bisognerebbe dire di troppi, è: se questi personaggi sono indicati, vuol dire che sono colpevoli. Non soltanto si pensa all'immagine, che ritorna più volte in Agatha Christie, del "non c'è fumo senza fuoco", ma si crede alla colpevolezza generale. Non esistono innocenti: chi viene indagato o è colpevole e sarà condannato, o è colpevole ma per sua fortuna sarà dichiarato innocente.
Renzi si trova in un oggettivo guaio. Non è mai stato un giustizialista, anche se qualche pecca non proprio insignificante l'ha rivelata, come quando diede una mano alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica parlamentare. Adesso come può difendersi? Se addita, come dopo qualche incertezza ha fatto, gli inquirenti come magistrati che non da oggi s'intestardiscono contro di lui, la famiglia, gli amici, rischia di passare come il solito politico preso con le mani nel sacco che non trova di meglio che lanciare accuse per teorici pregiudizi a chi, invece, svolge la propria attività in nome della Giustizia (con la maiuscola, beninteso). Può soltanto rimandare agli esiti processuali, il che significa attendere anni, nell'incertezza poi del giudizio ultimo.
Non solo: quand'anche tutto si risolvesse bene per lui, in tempi brevi, rimarrebbe per l'eternità il bollo d'infamia sugli odierni indagati. Per anni e anni ciascuno di loro sarà marchiato con l'epiteto di "coinvolto nel procedimento Open", così da far capire o che ha commesso un reato o che se l'è cavata pur essendo responsabile di pesanti accuse.










