sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Desi Bruno*

Ristretti Orizzonti, 8 agosto 2025

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha di recente incontrato al Quirinale il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Stefano Carmine De Michele, ed una rappresentanza della Polizia Penitenziaria in occasione del 208° anniversario della sua costituzione e ha con forza sottolineato che “I luoghi di detenzione non devono trasformarsi in palestra per nuovi reati, in palestra di addestramento al crimine”. Mancano educatori e cure sanitarie. “È drammatico il numero di suicidi nelle carceri, che da troppo tempo non dà segni di arresto. Si tratta di una vera e propria emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”.

Il Presidente della Repubblica, rivolgendosi agli agenti di polizia penitenziaria, non si è limitato a ricordare l’emergenza, ma ha anche indicato delle linee guida per affrontarla: per le carceri “servono investimenti in modo di garantire un livello di vita dignitoso ai detenuti e al contempo migliori condizioni di lavoro che voi svolgete con scrupolo. Sono investimenti necessari e lungimiranti. È particolarmente importante che il sistema carcerario disponga delle risorse necessarie, umane e finanziarie, per assicurare a ogni detenuto un trattamento che si fondi su regole di custodia basate su valutazioni attuali, per ciascuno, con l’obiettivo per il futuro”.

Il richiamo è, come sempre, all’art. 27 Cost., alla funzione rieducativa della pena e al divieto di trattamenti inumani e degradanti, per i quali l’Italia ha già subito una condanna dalla Corte europea dei diritti umani nel 2013. Mentre da più parti si invocano interventi volti ad alleggerire il sovraffollamento carcerario (è di questo periodo lo sciopero ulteriore della fame di Rita Bernardini, presidente dell’Associazione “Nessuno tocchi Caino” ed ex parlamentare radicale, e la pubblicazione delle lettere dell’ex sindaco di Roma Alemanno che parla di una situazione insostenibile all’interno del carcere di Rebibbia per il caldo e la carenza di spazi, ma non solo) l’entrata in vigore del d.l. n. 48/2025 convertito nella l.n. 80/2025 ha introdotto, tra gli altri reati, quello di rivolta all’interno di un istituto penitenziario, condotta punita con la reclusione da 1 a 5 anni per chiunque partecipi a una sommossa all’interno di un carcere mediante atti di violenza, minaccia ovvero resistenza agli ordini delle autorità. Se la rivolta è organizzata o diretta, la pena aumenta fino a 8 anni. A ciò si aggiunga che se la sommossa comporta lesioni gravi oppure la morte di una persona, le pene possono arrivare fino a 20 anni di reclusione.

La norma precisa che costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza.

E’ stato rilevato come la fattispecie di reato di “rivolta in istituto penitenziario”, introdotta con il nuovo art. 415-bis c.p. (art. 26) possa essere integrata anche da condotte dichiaratamente inoffensive come la resistenza passiva, ovvero da semplice disobbedienza, e che questo costituisca un pericoloso arretramento sul piano della ragionevolezza, perché la norma si presta ad essere applicata anche in casi di inoffensività della condotta, non certo idonea come risposta alle condizioni di degrado e abbandono in cui versavano molti degli istituti penitenziari. Peraltro questo reato viene ad essere inserito nell’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario nel catalogo dei reati cd. ostativi, cioè preclusivi di benefici come l’accesso a misure alternative.

Questa norma, che lascia un ampio margine di discrezionalità all’interprete nel riferimento al contesto in cui si possono verificare atti di resistenza passiva, finirà con l’aggravare la già drammatica situazione di sovraffollamento che sta inesorabilmente affliggendo le carceri italiane. Si pensi, per fare un esempio, al rifiuto di più detenuti di rientrare in cella per le condizioni di caldo insopportabile o per la carenza di acqua o il rifiuto del cibo come forma di protesta pacifica contro le condizioni di vita o la scadente qualità dello stesso ovvero a forme di protesta condizionate comunque dal disagio che da vere e proprie spinte criminali. Anche in questi casi potrebbe essere applicata la norma in esame. Dunque, il tema dell’ordine e della sicurezza in carcere, come bene giustamente da tutelare, trova in questo drammatico momento una risposta punitiva che rischia di aggravare il problema.

In questa situazione appare necessario percorrere la strada quantomeno del buon senso:

1) dare rappresentanza ai detenuti perché possano indicare da cittadini le doglianze e proposte per migliorare le condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari, depotenziando le norme appena introdotte.

2) è necessario rivedere l’edilizia penitenziaria e costruire istituti a misura di persona, in linea con le indicazioni della Corte Europea, prevedendo spazi per il lavoro dentro le mura, socialità e scuola realmente fruibili.

3) va incrementato il numero degli operatori di polizia penitenziaria, di educatori ed esperti (psicologi), migliorata l’assistenza sanitaria e incrementata la presenza di psichiatri.

4) vanno costruite reali opportunità di lavoro e abitazione sui territori per favorire l’accesso a misure alternative al carcere, attraverso effettivi di strumento di coordinamento tra le realtà interessate e creando banche date utilizzabili anche dalla magistratura e tentando di recuperare i consigli di aiuto sociale di cui all’art. 74 O.P.

5) va incremento il numero di posti disponibili per ospitare detenuti con problemi di tossicodipendenza, che rappresentano circa un terzo della popolazione detenuta, stanziando le opportune risorse, altrimenti l’inserimento comunitario, già adesso largamente possibile a legislazione vigente, rischia di rimanere un mero slogan.

6) va migliorato l’istituto dell’espulsione in fase di esecuzione della pena, con incentivi per il rientro dei condannati non appartenenti all’ UE e garanzie da parte dei Paesi di origine.

6) va approvato, in una situazione di emergenza come quella attuale, il disegno di legge che aumenta le detrazioni di pena per ogni semestre di buona condotta, per favorire la fuoriuscita dal carcere di persone ormai prossime all’espiazione della condanna.

7) va rivista, con urgenza, le legge istitutiva del Garante nazionale, per assicurarne la effettiva terzietà e indipendenza, con un meccanismo di nomina parlamentare che coinvolga maggioranza e opposizione e riconosca il ruolo degli strumenti di garanzia per la loro specificità, prima che l’istituto, pure previsto a livello internazionale, perda ogni reale utilità depotenziando l’opera dei Garanti territoriali.

*Avvocato, già Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Bologna e della Regione Emilia Romagna