di Massimo Franchi
Il Manifesto, 10 marzo 2026
Vanni Rinaldi, una vita nella cooperazione, nel suo libro “Intelligenza artificiale sociale. Usare l’Intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali” (Rubbettino) analizza una situazione divenuta insostenibile e rilancia il progetto di algoritmi al servizio degli utenti. Da una parte l’intelligenza artificiale estrattiva delle big tech, alimentata usando i dati degli utenti - in gran parte inconsapevoli - per arricchire bilanci già da multinazionali. Dall’altra l’idea di un mutualismo digitale in cui gli utenti si uniscono e mettono in comune i propri dati per migliorare la vita di tutti. È da anni la missione che porta avanti Vanni Rinaldi, una vita nella cooperazione, che nel suo libro Intelligenza artificiale sociale. Usare l’Intelligenza artificiale per creare beni comuni digitali (Rubbettino, pp. 118, euro 14) analizza una situazione insostenibile e rilancia il progetto di algoritmi al servizio degli utenti.
partendo dall’invettiva giovanile di Antonio Gramsci, la proposta di Rinaldi è di organizzare una rete di utenti che utilizzando la legislazione europea possa usare algoritmi che perseguano il “bene comune”. E se l’esercito israeliano a Gaza ha utilizzato un’IA per decidere la lista degli obiettivi palestinesi da eliminare, al contrario Rinaldi ci racconta come l’intelligenza artificiale possa essere utile nella “lotta alla povertà” come dimostra il progetto Ampel dell’Auser: “Tramite l’analisi di un set di dati sugli anziani in Lombardia, che registra le loro principali esigenze, le richieste di assistenza e le informazioni raccolte sul loro social network”, ha creato un modello che segnala le persone a rischio, permettendo all’associazione di intervenire.
Oppure la “Mappa italiana dell’Intolleranza” che, coordinata da Vox - Osservatorio italiano per i diritti -, monitora l’aggravamento del fenomeno nel nostro Paese, che può essere contrastato solo con politiche sociali. O ancora le Comunità energetiche (Cer): famiglie che si uniscono per produrre energia e che tramite l’algoritmo che modifica i consumi degli utenti ottengono risparmi importanti.
Sul solco di questi tre esempi, Rinaldi propone la creazione di “cooperative di dati” in cui i soci utenti - in Italia al movimento cooperativo aderiscono oltre 12 milioni di persone - condividono volontariamente i loro dati. Unica tipologia esplicitamente citata dalla normativa europea Dga (Data Governance Act) del 2022, le cooperative sono le più adatte allo scopo di essere “aggregatori” in quanto “sono basate sul fondamento democratico” di “una testa un voto”, sulla mutualità e la solidarietà verso i soggetti più deboli, e la mancanza di profitto individuale”. Rinaldi spiega che “si darebbe così la facoltà alla cooperativa di utilizzare e valorizzare i dati del socio al suo interno e anche di cederli, su delega espressa del socio, a terzi. Così facendo si metterebbe in grado la cooperativa di utilizzare a pieno il “capitale digitale” generato dai dati dei soci”.
Attraverso lo scambio dei dati, in forma assolutamente anonima, si può arrivare a “una reale economia circolare” basata sullo scambio delle informazioni con usi molto concreti: mobilità integrata delle merci tra Grande distribuzione organizzata (Gdo) e filiera cooperativa della logistica per ridurre le emissioni, trasformare i servizi per gli abitanti delle città a misura di un “umanesimo digitale”. Ma il cuore dell’idea rimane quello di alimentare i sistemi di IA con dati forniti volontariamente in modo da consentire lo sviluppo di sistemi intelligenti il cui scopo sia il benessere comune e non il profitto. Per piegare lo strapotere delle big tech, Rinaldi propone infine di utilizzare la norma europea che impone un “rimborso” economico per la mancata restituzione dei dati, il cosiddetto digital twin che dovrebbe essere fornire ai cittadini europei copiando i dati in loro possesso nelle “nuvole” delle fattorie dei loro server. Si tratta di una sorta di “interesse alla rovescia” che colpisce la mancata circolazione dei dati, sulla falsariga degli “interessi negativi” che le banche centrali possono imporre sui depositi.











