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di Claudio Cerasa

Il Foglio, 21 ottobre 2022

Diverse organizzazioni internazionali continuano a denunciare l’abuso da parte di alcuni stati che ricorrono all’Organizzazione internazionale della polizia criminale per perseguitare difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti critici. È ora di un cambiamento.

Due giorni fa si è aperta a Delhi la novantesima Assemblea generale dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale, l’Interpol, inaugurata da un discorso del primo ministro indiano Narendra Modi, che ha detto: “Da quasi cento anni l’Interpol ha collegato la polizia in tutto il mondo in 195 paesi. Rendere un mondo più sicuro è una responsabilità condivisa. Quando le forze del bene cooperano, le forze del male non possono prevalere”. Parole ispirate. Ma nessuno ha avuto il coraggio di sollevare la domanda che tutti i paesi democratici e che si ispirano allo stato di diritto si fanno: l’Interpol è diventata uno strumento al servizio degli autoritarismi e delle dittature? I red notice, i cartellini rossi dei ricercati internazionali, sono serviti a far diventare collettivi gli sforzi per criminali come Osama bin Laden e Saadi Gheddafi. Ma per alcuni paesi servono a cercare dissidenti politici e oppositori.

Secondo un rapporto del servizio esterno dell’Ue, pubblicato nel 2019, “diverse organizzazioni internazionali continuano a denunciare l’abuso da parte di alcuni stati del sistema di notifica dell’Interpol per perseguitare difensori dei diritti umani, attivisti della società civile e giornalisti critici, in violazione degli standard internazionali sui diritti umani”, di paesi i cui sistemi giudiziari non soddisfano gli “standard internazionali”. Russia, Cina, Iran e Turchia sono quelli più citati. Ieri all’Assemblea dell’Interpol è stato lanciato un nuovo piano di cooperazione che aiuterà i poliziotti internazionali a fermare crimini e criminali anche nel Metaverso, cioè nello spazio virtuale. Ma con un mondo sempre più diviso tra chi persegue lo stato di diritto e la trasparenza e le autocrazie, bellicose e vendicative, c’è da avere paura. Serve una riforma, profonda, definitiva, che adegui la sicurezza pubblica internazionale ai tempi che corrono. Per prima cosa, per esempio, si potrebbe permettere a Taiwan, una democrazia d’Asia, di prendere parte attiva alla sicurezza internazionale.