di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 6 maggio 2022
Qui dove le case sono in piedi, forse abbiamo smesso di indignarci. E forse dovremmo reimparare a parlare, a difendere le nostre idee senza la triste procedura degli insulti.
Ho conosciuto Elie Wiesel, uno dei testimoni più lucidi della Shoah. Ha scritto libri bellissimi per cercare di capire l’inspiegabile, l’orrore del nazismo. E si è battuto tutta la vita perché guerre e dittature non vincessero. Ho visto nei suoi occhi e ascoltato dalle sue parole, più volte, l’accorato appello a combattere l’indifferenza, quel comportamento umano, paura e cinismo, che ha consentito all’orrore di farsi strada, fino a quel cancello, con scritto, paradosso, “Il lavoro rende liberi”. Disse pubblicamente una volta: “L’indifferenza non è un inizio, è una fine e, quindi, l’indifferenza è sempre l’amico del nemico, perché avvantaggia l’aggressore - mai la sua vittima, il cui dolore si ingrandisce quando si sente dimenticato”.
E noi, qui dove le case sono in piedi, non abbiamo forse smesso di indignarci? Ci sembrano normali, davvero normali, l’invasione di un Paese sovrano, i bombardamenti sui civili - tremila morti dice l’Onu - le fosse comuni, gli stupri di donne e bambini, la sistematica distruzione di case e acquedotti? Siamo talmente narcotizzati da non stupirci più? Siamo talmente ammaestrati dalle dinamiche della comunicazione dal dover talvolta dire cose che il nostro cuore non accetta e la nostra mente, talvolta la nostra storia, non giustificano? Possiamo, in questo gorgo, reimparare a parlare, a difendere le nostre idee - che tutte hanno diritto in una democrazia ad essere conosciute - senza la triste procedura degli insulti, della demonizzazione, delle etichette di comodo? Sappiamo, almeno noi fortunati che possiamo, rifiutare la violenza del linguaggio come codice naturale di questi tempi?
Persone che conosco e stimo, animate davvero da profonde convinzioni di pace, finiscono col non vedere ciò che accade dal 24 di febbraio nella vita reale di milioni di uomini, di donne, bambini costretti a fuggire, morire, combattere. Esseri umani che vivevano tranquilli nelle loro case che non ci sono più, che dormivano di fianco a padri, madri, figli che non ci sono più, morti o fuggiti chissà dove.
Tutto questo non ci indigna? Non ci indigna che in un grande Paese, che non ci rassegneremo a considerare nemico, si chiudano giornali, si arrestino decine di migliaia di oppositori, siano avvelenati avversari dell’autocrazia al potere? Davvero siamo tanto cambiati da aver dimenticato noi stessi, da aver paura dei valori che abbiamo conquistato con tanta fatica lungo il secolo breve e sanguinoso? Non ci si può rivoltare contro la spietatezza di chi nega soccorso a immigrati che fuggono per cercare vita e volgere le spalle ai civili bombardati a Mariupol. O tutti e due, o nessuno.
Si dice: perché tanta indignazione per questa guerra e non per altre? In questo argomento c’è una verità, che rimanda al nostro scarso senso di umanità verso chi soffre in Libia o in Afghanistan. Ma non va dimenticato quando si riempivano le piazze di tutta Italia contro la guerra in Iraq e la follia delle “armi di distruzione di massa”, e si denunciava la politica degli Usa in quell’area del mondo. Manifestazioni che in verità non ci sono state dopo l’invasione di un libero Paese decisa dal governo russo.
E prima ancora i progressisti si mobilitarono, anche contro un presidente democratico come Lyndon Johnson, in difesa del diritto del piccolo popolo vietnamita a difendersi da una invasione straniera. Ai nord vietnamiti, armati dall’Urss, nessuno disse di arrendersi e di consentire, per il bene della pace, di farsi cancellare come popolo e come nazione.
E prima ancora molti italiani, che avevano “trovato l’invasor” decisero di ribellarsi all’indifferenza e di andare in montagna a difendere il diritto alla libertà e il suolo del loro Paese. Lo fecero a rischio della propria vita e non si sentirono soli, non furono, come dice Wiesel, “dimenticati”. Perché qualcuno dal cielo, su aerei alleati, gli lanciava armi e munizioni con le quali potessero difendersi dall’invasore.
Se si va a Nettuno o in Normandia si vedono quelle migliaia di croci bianche sotto le quali riposano ragazzi di Paesi che non avevano votato o applaudito dittatori, che non avevano organizzato campi di sterminio e persecuzione di oppositori. Si deve immaginare cosa sarebbe di noi e del mondo se quei ragazzi invece di venire qui a combattere per noi si fossero limitati ad innalzare un cartello con scritto “Peace” a Minneapolis o a Boston.
Chi ripudia la guerra, chi la considera la più inaccettabile delle condizioni umane, deve oggi operare perché la soluzione di questo spaventoso conflitto che inevitabilmente ci riguarda da così vicino, sia negoziale, sia sottratta alla pura logica delle armi. Che si eviti una escalation, un dilagare del conflitto. Che le parole sostituiscano le bombe. E che la ripresa del dialogo aiuti il cessate il fuoco, l’armistizio, l’avvio di una seria trattativa. Che ciascuno sia tanto intelligente da cercare, per il nemico di oggi, una onorevole way out. Ammesso che tutto questo lo si voglia davvero.
Ma la comunità e il diritto internazionale non possono prescindere dall’integrità dell’Ucraina e dalla sua sovranità, dalla riconquista della possibilità per quel popolo di tornare a vivere e a decidere autonomamente il suo destino. Come ha detto nell’intervista al Corriere Papa Francesco: “Non si può pensare che uno Stato libero possa fare la guerra a un altro Stato libero. In Ucraina sono stati gli altri a creare il conflitto”.
È una illusione, già sperimentata nel Novecento, l’idea che la miglior garanzia di pace sia lasciar fare, per paura, ai poteri autoritari. Bisogna presidiare valori essenziali della civiltà umana, quelli che abbiamo estratto esanimi dai lager e poi dai gulag e abbiamo trasformato nella normalità di una buona parte del mondo. Una normalità che ha sottratto aree del mondo alla dittatura e al colonialismo, che ha fatto percepire razzismo e discriminazioni come odiose, che ha consentito il diritto ad essere se stessi, con le proprie convinzioni politiche, religiose, culturali, sessuali. Quella meravigliosa condizione, la libertà, che oggi come ieri ha un grande e subdolo nemico: l’indifferenza.










