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di Enzo Risso

Il Domani, 3 agosto 2026

Il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro Paese, Italia compresa, ma il 44 per cento vorrebbe chiudere interamente i confini italiani. E la protezione da dare ai rifugiati diviene accettabile solo quanto è territorialmente distanziata. L’opinione italiana sui rifugiati non si dispone lungo una semplice alternativa tra apertura e chiusura. Nel 2026, il 71 per cento riconosce che chi fugge da guerre o persecuzioni debba poter trovare rifugio in un altro paese, Italia compresa (cinque punti sopra la media dei 29 paesi rilevati da Ipsos). Il principio dell’asilo conserva, formalmente, una legittimità ampia, ma quando dall’enunciato generale si passa al funzionamento concreto, il consenso si frammenta.

Il 52 per cento ritiene che molti stranieri presentati come rifugiati siano in realtà migranti economici (solo il 37 non condivide questa lettura). La sospettosità italiana, pur inferiore alla media globale (61), coinvolge sempre la maggioranza dei cittadini. Una forte tensione emerge, inoltre, sul tema dei confini: il 44 per cento vorrebbe chiuderli interamente ai rifugiati, mentre il 47 è contrario (il 9 è indeciso). I dati mostrano una dinamica di forte polarizzazione. Una traiettoria che ha effetti anche sulle aspettative d’integrazione dei migranti: il 48 per cento prevede un processo di integrazione positivo, mentre il 46 è decisamente scettico.

Ice, continua la campagna del terrore. Arresti “a strascico” negli aeroporti Usa Fiducia o scetticismo Se confrontiamo i dati rilevati nel nostro paese rispetto al resto del mondo, l’Italia appare lievemente più fiduciosa della media internazionale sul ruolo dell’immigrazione, ma questo atteggiamento non si traduce in una valutazione favorevole sull’impatto che gli immigrati hanno sul nostro sistema: il 41 per cento attribuisce ai rifugiati un contributo positivo al paese, contro il 49 che lo nega. L’accoglienza dei rifugiati, pertanto, è sostenuta sul piano normativo, molto meno su quello della valutazione sociale. Uno scetticismo che si forma attraverso le informazioni veicolate dai media (35 per cento), dalle esperienze dirette (32), dalle dichiarazioni di politici (25) e dai social media (18). Il quadro complessivo dei dati mostra la presenza nel nostro paese di un universalismo morale condizionato. Il diritto alla protezione è subordinato a una prova di autenticità, alla controllabilità delle frontiere e alla verifica degli esiti integrativi. L’opinione pubblica nazionale mostra, sul tema, la persistente compresenza di posizioni ondivaghe.

Le persone mobilitano, singolarmente, differenti ordini di giustificazione di fronte ai rifugiati. Da un lato, ci sono le spinte di una grammatica civica, fondata sull’universalità dei diritti (quando pensano alla persecuzione); dall’altro lato, si smuove una grammatica securitaria, centrata sulla protezione della comunità (quando valutano confini, welfare e convivenza). Il passaggio tra queste grammatiche produce una solidarietà a scartamento ridotto, selettiva e riduttiva: non il rifiuto dell’obbligo umanitario, ma la richiesta che esso sia circoscritto, certificato e, possibilmente, reversibile.

Raccontare quelle 23.000 vite salvate nel Mediterraneo Sull’integrazione L’integrazione del migrante, inoltre, viene immaginata come adattamento del nuovo arrivato ai costumi italici e non come una relazione capace di trasformare e arricchire la società ricevente. Il confine simbolico tra noi e loro resta attivo, anche quando il confine giuridico si apre. La protezione da offrire ai rifugiati, infine, diviene accettabile solo quando è territorialmente distanziata: aiutare le persone vicino ai luoghi dello sfollamento, delegando tale ruolo alle organizzazioni internazionali (41 per cento) e alle Ong (26) e solo in ultima battuta al governo italiano (23).

L’Italia di oggi, di fonte al tema dei rifugiati, non è tanto divisa tra buoni e cattivi, quanto unita da un’ipocrisia di fondo: si applaude al principio dell’asilo (per avere la coscienza a posto), mentre si nega qualsiasi contributo positivo dei rifugiati. Il nodo non è la sicurezza, ma la difesa di una comunità economica e di un’identità che si crede minacciata, scaricando sui più deboli le paure generate da decenni di politiche neoliberiste che hanno reso precari e poco competitivi gli italiani. Il risultato è un primatismo nazionale soft, che trasforma l’accoglienza in un esame di merito e i rifugiati in ospiti sgraditi da tenere a distanza.

Nota Metodologica - Indagine CAWI realizzata da Ipsos Global advisor in 29 Paesi, su un campione di 21.521 intervistati maggiorenni tra il 24 aprile e l’8 maggio 2026.