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di Lucetta Scaraffia

La Stampa, 3 novembre 2023

Una nuova ondata di antisemitismo scuote l’Europa ed è arrivata anche in Italia. Non si tratta solo di specifici atti antisemiti come il danneggiamento delle pietre d’inciampo. Sembra, ad esempio, che moltissimi studenti delle scuole superiori del nostro Paese, o almeno una buona maggioranza, si siano scoperti pro Gaza e contro Israele, godendo spesso anche dell’appoggio dei loro insegnanti. È inutile dire che dai loro slogan e dalle loro parole emerge una grande ignoranza della storia di quella parte del mondo, delle reali condizioni di vita degli arabi che vivono in Israele come cittadini di quel Paese (il termine più adoperato è apartheid), ma ciò che soprattutto colpisce è la totale incapacità di capire come il terrorismo di Hamas abbia poco a vedere con la costruzione di uno Stato palestinese, ma piuttosto come invece esso rappresenti un caso da manuale del più feroce antisemitismo.

Proprio questo apre per noi un grave problema sul quale abbiamo il dovere di riflettere. Si tratta di studenti - ma purtroppo spesso anche di insegnanti - che da anni a scuola parlano della Shoah, celebrano la giornata della memoria con film, incontri - fino a che è stato possibile - con sopravvissuti dai campi di sterminio. A Roma visitano il ghetto con guide che fanno della retata nazista del 16 ottobre il cuore delle loro spiegazioni. Si tratta insomma di giovani che sono stati allevati nella dimensione del ricordo, invitati a ricordare nella convinzione fiduciosa che bastasse il ricordo del genocidio ebraico a evitare qualunque suggestione antisemita. Si tratta di giovani a cui è stato martellato “mai più” in occasione di ognuna di queste celebrazioni, giovani e - ripeto - insegnanti che hanno ascoltato e applaudito presidenti e leader politici proclamare con foga “mai più” in ognuna delle suddette occasioni. Studenti e - ripeto - insegnanti che abitualmente parlano di nazisti e fascisti quasi con ribrezzo, che rinfacciano ancora agli attuali esponenti della destra le leggi razziali: ma sono gli stessi che oggi guardano con diffidenza i compagni o studenti ebrei presenti nelle loro classi.

Che cosa è successo dunque, non possiamo non domandarci. In che cosa abbiamo sbagliato? In che cosa questa cultura della memoria si è inceppata, dove era nascosto il baco distruttivo? Io penso che in primo luogo l’errore è consistito, consiste, nel leggere la Shoah come un evento in qualche modo avulso dalla storia vera del periodo storico in cui avvenne. Ad esempio non collegandola alla fortissima diffusione dei principi dell’eugenetica che precedette e accompagnò lo sterminio degli ebrei e insieme ad essi degli omosessuali e degli zingari; non collegando la Shoah all’antisemitismo diffuso da secoli in tutto l’Occidente, sicché diviene possibile l’operazione di addossare tutta la colpa ai cattivi nazisti, che sono stati sconfitti e sono definitivamente scomparsi.

Hanno contribuito non poco anche la retorica che accompagna fatalmente le commemorazioni, le stesse parole, sempre fatalmente le stesse, ripetute da uomini e donne rappresentanti del potere costituito che sollecitano la normale tentazione giovanile di contestare ciò che da essi viene detto considerandolo per ciò solamente falso e manipolato. Senza contare che spesso, lo sappiamo, cerimonie di questo tipo offrono l’occasione ad alcuni - forse a troppi - di schierarsi dalla parte del bene senza tanta fatica.

C’è un solo libro, a mia conoscenza, che ha osato affrontare il tema della “gita ad Auschwitz” senza retorica, con occhio ironicamente spietato: “Serge”, della scrittrice ebrea Yasmina Reza. Fra ristoranti tipici, grandi magazzini in cui fare shopping, la visita al campo, almeno ai più giovani, sembra più un viaggio in un film dell’orrore che l’esperienza di una realtà spaventosa. Non per gli anziani, naturalmente, i quali riconoscono una propria zia nella foto di un gruppo di vittime esposta nel padiglione ungherese. Nelle riunioni che periodicamente si svolgono fra comunità ebraica e ministero dell’Istruzione per discutere come trasmettere la memoria, non sarebbe forse il caso, insomma, di esaminare con maggiore attenzione quello che finora si è fatto e soprattutto come lo si è fatto?