di Maria Brucale*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
Ad un convegno recente dal titolo “Amministrazione penitenziaria: un’emergenza sociale?”, il Direttore generale dei detenuti e del trattamento, Ernesto Napolillo, si interroga sulla tenuta dell’Ordinamento Penitenziario e ripropone il proprio punto di vista ad un incontro di poco successivo sui 50 anni dalla sua introduzione. Nell’intenzione del legislatore del 1975, dice, il carcere nasce come luogo di segregazione, di separazione tra la società civile e il condannato. Un non-luogo ma anche un non-tempo. Una duplice funzione, quella della pena, preventiva e rieducativa, imposta, quest’ultima, dal dettato costituzionale, dice il dott. Napolillo. Qualunque detenuto prima vedeva il carcere come un luogo da evitare. Oggi, invece, è, secondo il Dirigente Dap, un moltiplicatore di redditizi affari, non da evitare ma da conquistare perché le organizzazioni criminali inviano i soggetti in carcere per gestire lucrosi commerci.
Vanno allora rimodulati i rapporti tra sicurezza e trattamento. “Trattamento - specifica - non intrattenimento o passerella per soggetti terzi”. In carcere non si può parlare di libertà di autodeterminazione perché non ci sono spazi liberi, spazi vuoti. Lasciare uno spazio vuoto significa o che lo Stato è assente o che quello spazio verrà occupato dalla criminalità. Prioritaria è la sicurezza: se non c’è legalità non ci può essere sicurezza e conseguentemente non ci può essere trattamento. Non si possono obliterare le differenze tra circuiti, ad esempio, consentendo ai detenuti AS di stare 8 ore fuori dalle celle senza accedere ad attività riabilitative. Occorre trattare diversamente soggetti diversi. Aree a trattamento avanzato solo per chi lo merita!
Da qui, evoluzione leggibile del pensiero del Dirigente Dap, le circolari volte a regolamentare la vita in carcere e in particolare nei circuiti di Alta Sicurezza in un ossimoro struggente, in una irrisolvibile contraddizione in termini attraverso un piano dal sapore antico e amaro di segregazione trattamentale. La circolare del 27.02.2025 - solo una di una serie nella medesima e chiarissima direzione - denominata “Modalità custodiali circuito Alta Sicurezza” persegue la differenziazione di regime tra ristretti autori di reati di particolare gravità ordinando che “l’apertura delle celle detentive nei circuiti AS assumerà sempre e comunque la connotazione di mezzo e non di fine, con la logica conseguenza che tutti gli operatori penitenziari dovranno porre ogni sforzo esigibile per evitare che le celle rimangano aperte”.
La possibilità di uscire dalle celle è prevista esclusivamente per il tempo impegnato nella partecipazione ad attività utili e produttive in difetto delle quali ogni spazio libero è percepito come rischio per la sicurezza. Così, negli scopi annunciati dalla circolare, si tutela la tensione della pena alla riabilitazione differenziando le restrizioni a seconda del reato senza, almeno a parole, incidere sull’offerta formativa. Radicale il fraintendimento della funzione dell’Ordinamento Penitenziario che, nel sostituire il “regolamento fascista per gli Istituti di prevenzione e pena del 1931”, disegna una rete di norme volte al riconoscimento della dignità della persona come connotato universale e della pena come progetto individualizzato di recupero. Al centro non lo Stato ma l’uomo nella sua straordinaria unicità, mai cattivo per sempre né reo imprigionato in un tipo di autore che trasfigura la persona nel suo errore.
È noto. Chi espia una pena in carcere per reati comuni, ove non acceda alle misure alternative, tende a restare nel crimine, spesso in ragione di una patologia di vita che innesta la propria continuità nella assenza di opportunità lecite di sostentamento. Le persone condannate a lunghe pene recluse nelle sezioni AS, invece, spesso in questi luoghi si rapportano a esperienze altre, all’accesso a laboratori di scrittura, teatrali, di arte, di pittura, di cucina, alla parola, alla musica, all’incontro.
Così, quella che non a torto è definita subcultura delle mafie può essere dissipata solo ponendo in conflitto i falsi ideali che la connotano con abiti nuovi e più gratificanti da indossare. Unica declinazione sensata di quella parola paternalistica e desueta: “rieducazione”, è relazione intesa come rapporto di cura. Non esiste cura senza l’altro. Così si coglie appieno la fallacia e la demagogia populista racchiusa nella volontà segregante quale presidio di legalità e sicurezza.
Ma quale legalità è possibile se il tasso di sovraffollamento supera il 137%? Che cosa resta della rieducazione se anche gli spazi trattamentali, le aree didattiche e formative, quelle ricreative (ché trattamento è anche intrattenimento!) sono usate per stipare corpi? E allora occorre uno sguardo finalmente nuovo che non discrimina ma accoglie, che non esclude ma recupera, che non relega nessuno fuori dalla comunità.
*Avvocata penalista










