di Francesca Mannocchi
La Stampa, 5 settembre 2022
Dall’Africa subsahariana all’Asia per 250 milioni di bambini nel mondo non ci sarà alcun rientro in classe. Nell’Ucraina devastata dalla guerra rifugi anti-aerei solo in 4 istituti su 10 così si distrugge il futuro di generazioni.
“Il mondo delude tutti i bambini che non riesce ad aiutare”. Così il 19 luglio scorso la direttrice esecutiva dell’Unicef Catherine Russel si è rivolta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite intervenendo nel corso di un incontro sulla condizione dei minori che vivono nelle zone di conflitto.
“Ogni bambino ha il diritto di essere protetto - in tempo di guerra e in tempo di pace. - ha concluso Russel -. L’adempimento di questo diritto non è un’opzione, è un dovere sacro, che riflette il nostro dovere più profondamente umano di salvaguardare la prossima generazione”. Il diritto all’istruzione è parte di questo dovere sacro e violato.
È settembre, dovrebbe essere la stagione del rientro in classe per tutti, ma le disuguaglianze nell’accesso all’istruzione tengono fuori dalla scuola 250 milioni di bambini nel mondo, secondo i dati pubblicati recentemente dall’Unesco. La regione più colpita è l’Africa subsahariana, sono 98 milioni, lì, i bambini privati del diritto all’istruzione, l’unica regione in cui i numeri sono in costante aumento. La seconda area più colpita è l’Asia centrale con 85 milioni di bambini che non si sono mai seduti su un banco di scuola.
Il primo settembre è stato il primo giorno di scuola dell’Ucraina dopo l’invasione, sono circa tremila le scuole ad avere riaperto ma nella gran parte del Paese il quadro rimane incerto, nelle zone trasformate in fronte di guerra i quartieri residenziali e le scuole continuano a essere colpite, e i bambini continuano a morire.
La ministra dell’Istruzione di Kiev, Anna Novosad, attraversa il Paese per mappare i danni. I mesi di guerra, secondo le istituzioni di Kiev, hanno danneggiato 2.400 scuole, 269 delle quali andate completamente distrutte, ad oggi meno del 60% delle scuole è sicuro e idoneo alla riapertura.
La ministra Novosad, il primo giorno di scuola, ha citato alcuni esempi di attacchi intenzionali: la città di Zhytomyr, dove l’esercito russo ha colpito solo una scuola, o Chernihiv, al confine con la Russia, dove i missili hanno danneggiato o distrutto ventisette delle trentaquattro scuole. O ancora il piccolo insediamento urbano di Katiuzhanka, alle porte di Kiev, dove l’esercito russo ha occupato la scuola, rimuovendo le immagini di personaggi storici ucraini come Taras Shevchenko e sostituendole con le immagini di Lenin e il distretto di Brovariy, un piccolo villaggio con 500 bambini vicino Kiev, dove l’esercito russo ha bruciato l’unico asilo e l’unica scuola.
Ad agosto il governo ucraino ha stabilito che per ora possono tornare a fare lezione solo gli istituti dotati di un rifugio antiaereo ma il ministero dell’Interno ha rilevato che solo il 41% dispone dei rifugi antiaerei o delle strutture protettive necessarie per garantire il rientro in aula.
Per costruirli (o ricostruirli) spesso mancano i soldi, perché al momento, secondo la legge marziale in vigore in Ucraina da marzo, i fondi dei governi locali devono prioritariamente essere destinati alle esigenze militari. Ad essere colpiti saranno principalmente i bambini che vivono nelle zone di confine con la Russia e la Bielorussia ancora troppo esposte al pericolo di essere colpite. Se un missile parte dalla Bielorussia atterra in tre, quattro minuti. Perciò, per non colpire chi è scappato via, i cancelli delle scuole continueranno a essere chiusi. I bambini ucraini che stanno tornando a scuola non sanno se ad aspettarli ci saranno tutti i compagni di un tempo - sono quasi mille i bambini confermati feriti o uccisi durante il conflitto, secondo i dati di Unicef - o quanti dei loro amici siano stati costretti alla fuga - due terzi dei minori ucraini hanno lasciato la loro casa in fuga dai combattimenti. Ecco perché il ministero dell’Istruzione di Kiev sta cercando fondi per la ricostruzione degli edifici e la costruzione dei bunker, perché sa che più scuole vengono riaperte, più persone saranno motivate a tornare a casa.
L’Ucraina non è, naturalmente, un caso isolato. L’istruzione è sotto attacco in tutto il mondo e gli atti violenti, gli attacchi contro strutture scolastiche, alunni e insegnanti è in costante aumento.
Nel biennio 2020-2021, secondo i dati della Global Coalition to Protect Education from Attack, ogni giorno nel mondo si è verificata una media di sei attacchi a infrastrutture scolastiche, in tutto cinquemila attacchi diretti o scuole e università che hanno ferito o ucciso oltre nove mila tra studenti e insegnanti. Non ci sono solo le scuole distrutte nelle statistiche, ci sono anche quelle usate come basi militari, aule diventate caserme e campi di addestramento.
Per contrastare la violazione degli edifici scolastici e proteggere il diritto allo studio, nel 2015, a Oslo, era stata inaugurata la Safe Schools Declaration, la Dichiarazione sulle scuole sicure, un impegno politico intergovernativo per proteggere studenti, insegnanti, scuole e università durante i conflitti armati, a sostenere il proseguimento dell’istruzione durante la guerra e a adottare misure concrete per scoraggiare l’uso militare delle scuole. A oggi, 111 Stati hanno approvato la Dichiarazione. L’Ucraina l’ha firmata nel 2019, la Russia non l’ha mai approvata.
“I russi sanno cosa stanno facendo. Stanno deliberatamente prendendo di mira le scuole”, ha affermato la ministra Novosad il 1° settembre, il primo giorno di scuola “colpiscono le scuole non perché il nostro esercito possa usarle come base per difenderci, ma perché capiscono quanto sia cruciale per il futuro. Anche distruggere le nostre infrastrutture scolastiche è parte della strategia, russa parte della loro ideologia”, ha detto Novosad.
A confermare questa tesi le notizie che arrivano dai territori occupati, secondo le autorità ucraine i russi hanno già modificato i programmi scolastici, sostituito i libri di testo e costretto gli insegnanti a collaborare e i genitori a far frequentare le scuole ai figli per non essere multati.
Attaccare le scuole significa colpire non solo il presente ma il futuro, la capacità di ricostruzione di un Paese e di una comunità. È una delle sfide più grandi dell’Ucraina oggi che, con una guerra ancora in corso, deve fare già i conti con le sue conseguenze e gli effetti a lungo termine.
Riparare, ricostruire gli istituti richiederà tempo e risorse, significherà razionare i mezzi, dividere gli spazi, diminuire le lezioni e dunque l’apprendimento. Significherà cioè infragilire un’intera generazione, privandola degli strumenti necessari a emanciparla dalla violenza che a oggi è costretta a vivere. Nelle aree colpite dai conflitti i bambini hanno il doppio delle probabilità di lasciare la scuola, rispetto agli altri, lo sanno le organizzazioni umanitarie e le Agenzie delle Nazioni Unite che continuano a gridarlo, spesso inascoltate.
L’istruzione era e resta cronicamente sottofinanziata nella risposta umanitaria. Distruggere le scuole non equivale solo a sconvolgere il processo di apprendimento ma mina la ricostruzione post-bellica, mina il tessuto sociale e quello economico. I bambini senza scuole, senza libri, sono adulti del futuro senza competenze per contribuire alla ricostruzione del Paese, e sono soprattutto bambini e bambine che possono diventare oggi bersaglio di abusi e sfruttamento, e domani terreno fertile di propaganda e dunque di reclutamento. Esposti al consenso facile per gruppi estremisti.
Ecco perché ricostruire la scuola è un passaggio fondamentale per interrompere il ciclo della violenza. Perché mentre l’istruzione può salvare la vita, tutelando il futuro, l’ignoranza è un moltiplicatore d’odio. Lo sa bene chi attacca, lo subisce chi è invaso.










