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di Alessandra Ziniti

La Repubblica, 15 marzo 2022

Gli ucraini sono già 40mila, i posti disponibili nei centri appena 13mila. Le Regioni: “Un assegno alle famiglie, come si è fatto dopo i terremoti”. Il rischio è che la grande ondata di solidarietà che sta spingendo tanti italiani ad aprire le porte delle loro case agli ucraini in fuga possa presto infrangersi sui bilanci familiari già provati dagli aumenti delle bollette e dei generi di prima necessità. Il che farebbe collassare un sistema di accoglienza che, seppur collaudato con i flussi migratori dall’Africa, non ha mai fatto fronte a numeri superiori a 200.000 profughi in un anno, meno della metà di quelli che rischiano di arrivare nel giro di poche settimane.

“Chi accoglie in casa profughi ucraini va sostenuto. Se le tante famiglie che hanno dato disponibilità dovessero tirarsi indietro, un flusso di migliaia di persone si riverserebbe su strutture pubbliche che in questo momento non abbiamo”, il grido d’allarme del prefetto di Bologna Attilio Visconti. E il governatore dell’Emilia Romagna Bonaccini rilancia: “Serve che il governo metta mano agli incentivi, vorremmo evitare le tendopoli”. A Bologna, i 300 posti nei Cas (i centri di accoglienza straordinari) sono già esauriti. L’Emilia, con Campania, Lombardia e Lazio, è la Regione in cui si sta riversando la maggior parte dei profughi.

I numeri d’altronde parlano da soli: a fronte di quasi 40.000 ucraini arrivati in Italia, i posti messi a disposizione dallo Stato nelle strutture di accoglienza al momento sono solo 8.000, più una parte dei 5.000 già destinati agli afghani. Sarebbero già finiti, se non fosse che i due terzi dei profughi stanno trovando ospitalità presso amici, parenti e migliaia di famiglie solidali. Ma, per ora, a spese loro. Perché i meccanismi di distribuzione delle risorse per l’accoglienza prevedono che i costi siano rimborsati agli enti gestori dei centri, o a chi risponderà ai bandi che giorni prefetture e Protezione civile stanno pubblicando a caccia di nuove strutture, ma non alle famiglie. Che di certo non potranno sostenere a lungo gli oneri di un’ospitalità che non sarà breve. Anche se la Protezione civile sa bene che si tratta di un’accoglienza temporanea e che occorrerà prepararsi a trovare sistemazioni più durature per la stragrande maggioranza dei profughi.

Un assegno di mantenimento - È una delle proposte avanzate dalle Regioni, che ieri hanno incontrato il capo della Protezione civile Fabrizio Curcio. “Servono strumenti come quelli utilizzati nelle calamità naturali - dice il governatore della Liguria, Giovanni Toti - Un contributo per l’autonoma sistemazione dei profughi che non alloggiano presso le strutture dello Stato”. Mentre Fedriga torna a chiedere l’esercito a sostegno dell’assistenza sanitaria ai profughi, dai tamponi ai vaccini.

L’assistenza esterna - È la soluzione sottoposta da Arci e Caritas alla Protezione civile. “Non è un problema di soldi - spiega Filippo Miraglia dell’Arci - la direttiva Ue stabilisce che tutti gli oneri saranno coperti dall’Europa. L’Italia riceverà i fondi in base al numero di profughi che accoglierà. È una questione di tempi e di sistema. È ovvio che le famiglie che accolgono vanno sostenute. Però i profughi non hanno bisogno solo di vitto e alloggio ma anche di assistenza, legale, sanitaria, psicologica, burocratica: compiti che non possono essere delegati alle famiglie ma vanno svolti da chi ne ha esperienza. Lo Stato potrebbe affidare agli enti e alle associazioni che già gestiscono i Cas e i Sai tutti i servizi di accoglienza esterna per gruppi di famiglie ospitate in casa”.

Costi alti, rimborsi bassi - Venticinque euro a persona: a tanto (dall’era di Salvini al Viminale) è sceso il contributo giornaliero che lo Stato riconosce ai gestori dei centri di accoglienza, ma adesso sono gli stessi prefetti a ritenere che questa cifra sia inadeguata, alla luce degli aumenti dei costi e dei servizi da offrire. Gli enti (che in molte Regioni sono costretti ad anticipare le somme) chiedono un aumento di almeno dieci euro, anche perché c’è una discrasia con i bandi della Protezione civile per gli hotel che arrivano fino a 50-60 euro al giorno.

I trasporti impossibili - Da risolvere c’è anche il nodo dei trasporti. Per chi è riuscito ad arrivare in Polonia, raggiungere l’Italia può diventare proibitivo. Se non si trova un passaggio dai volontari, i biglietti dei bus di linea costano anche 500 euro, come si vede consultando la piattaforma “Busradar”. Il capo della Protezione civile Curcio ha firmato un’ordinanza che prevede, per i profughi, l’utilizzo gratuito dei mezzi nei primi cinque giorni. Ma prima al confine italiano si deve riuscire ad arrivare.