sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gianfranco Locci

La Stampa, 29 marzo 2025

Per la Corte europea dei diritti dell’uomo Simone Niort (arrestato nel 2016 per aver picchiato la compagna) ha subito “trattamenti inumani e degradanti”. Il padre: “Non può stare ancora in cella, me lo stanno rovinando”. “Provo una gioia immensa, difficile da spiegare. Tuttavia, se entro 48 ore non mi restituiscono mio figlio riprendo a battagliare e mi incateno al ponte di Rosello, a Sassari”. Francesco Niort, operaio di 54 anni, è il padre di Simone, 28enne sardo che dal 2016 si trova in carcere, nonostante i suoi gravi problemi psichiatrici, con l’accusa di tentato omicidio per aver picchiato la compagna incinta. Ebbene, adesso una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo stravolge tutto. Per i giudici di Strasburgo il giovane ha subito “trattamenti inumani e degradanti”. Arriva così la condanna per lo Stato italiano per “la violazione del diritto alla salute e alle cure mediche di Simone Niort”.

Francesco, dopo nove anni la sua famiglia ottiene giustizia?

“La nostra gioia è indescrivibile. Mio figlio in tutti questi anni non è stato mai curato, sebbene sia stato dichiarato incapace di intendere e di volere. Oggi si trova nella casa circondariale di Torino “Lorusso e Cutugno”, da circa un anno. Prima, però, ha girato un po’ tutte le carceri sarde. Mi hanno rovinato il ragazzo, in tutto questo tempo. Ripeto, se entro 48 ore non riportano a casa mio figlio, sono pronto a denunciare nuovamente lo Stato italiano. La sentenza è stata emessa, ci dev’essere l’immediata scarcerazione: altrimenti sarebbe un sequestro di persona. Simone non può stare in carcere”.

La detenzione di suo figlio è stata definita da più parti un “calvario”. Perché?

“In tutti questi anni sono stati oltre trecento gli episodi bruttissimi di autolesionismo. Poi, ha tentato di togliersi la vita più di venti volte. Cagliari, Sassari, Nuoro, adesso Torino: nei confronti di Simone c’è stato un accanimento carcerario. Un aspetto era evidente a tutti, fin dal primo momento: mio figlio, con i suoi problemi di salute, non doveva stare in carcere. Era assolutamente incompatibile con la detenzione e doveva essere curato in centri specializzati per le sue patologie”.

Per voi familiari da subito doveva essere individuato un percorso di cura alternativo al carcere?

“La situazione di Simone era nota a tutti. Eppure nessuno interveniva. Hanno tergiversato, lo hanno rovinato. Sì, non lo hanno aiutato. Ecco perché ci siamo rivolti a Strasburgo, presi dalla disperazione. Sono state analizzate immediatamente le cartelle cliniche, dopo di che si è arrivati alla sentenza”.

Lei parla di “accanimento” nei confronti di suo figlio Simone. Come spiega questa sua affermazione?

“Da parte dello Stato c’è stata negligenza. Sono passati nove anni terribili, che nessuno restituirà più a mio figlio”.

Oggi Simone ha 28 anni, quando è stato arrestato ne aveva appena 19. Oggi che ragazzo è?

“Simone ha sofferto tantissimo ma ha ancora voglia di cambiare, di inserirsi nella società. La nostra famiglia è pronta ad aiutarlo. Noi lo amiamo, faremo di tutto per sostenerlo. Ora c’è una sentenza e devono riportare mio figlio a casa”.

In che modo lo intendente curare?

“Abbiamo dei centri di salute mentale, i Csm. Poi, una dottoressa del SerD di Sassari ci ha offerto da tre anni la sua disponibilità per seguire Simone. Voglio il ragazzo a casa”.

Dunque, penserete voi alle sue cure?

“Certo, non lo possono tenere in carcere. D’altronde, dove sono le Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, ndr)? Di queste strutture in Sardegna ne abbiamo solo una, nel Cagliaritano. Ora ci dobbiamo tutelare. Comunque, entro dopodomani voglio riabbracciare mio figlio. Non può continuare a stare in una cella. Almeno potrà essere curato, grazie alla sua famiglia”.

Altrimenti?

“Altrimenti la nostra battaglia continua. Sono pronto a incatenarmi”.