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di Maurizio Molinari


La Repubblica, 11 luglio 2021

 

La battaglia sulla Giustizia, il bivio sulla transizione ecologica e la sfida dell'Agenzia cyber testimoniano come l'Italia sia una nazione in bilico sulle riforme e decisiva per la ricostruzione dell'Unione Europea.

Il bilico è fra il populismo e il pragmatismo: da una parte c'è la lacerazione dei Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa in Parlamento grazie al voto del marzo 2018 dove prevalse la protesta, e dall'altra c'è il governo Draghi chiamato a risollevare la nazione dalla pandemia per cogliere l'occasione del Recovery Plan europeo. Non si tratta solo di una situazione di instabilità innescata dalla crisi del Movimento 5S, diviso fra il progetto di Giuseppe Conte e la fedeltà a Beppe Grillo, che priva la coalizione di maggioranza della coesione del partito numericamente più importante: c'è dell'altro. A confrontarsi sono due dimensioni diverse di tempo storico.

Come spesso avviene quando la Storia accelera nello stesso spazio, umano e geografico, si trovano a coesistere dimensioni del tempo contrastanti. Ed oggi in Italia c'è chi ancora vive nella dimensione della protesta populista, frutto della rivolta del ceto medio contro le diseguaglianze che ha segnato più Paesi dell'Occidente negli anni precedenti la pandemia, a fianco di chi invece è impegnato nella ricostruzione economica e civile per risollevarci dopo la pandemia. Lo spartiacque è il Covid-19: se il populismo accusava la democrazia rappresentativa di inefficienza, nasceva sulla sfiducia nelle istituzioni e si faceva beffa dello Stato di Diritto, i devastanti danni causati dal virus di Wuhan hanno dimostrato il valore dello Stato di Diritto, il bisogno di istituzioni più efficienti e la validità delle democrazie rappresentative dell'Occidente sul fronte della scienza, della ricerca, della medicina.

Dunque chi ancora si sente protagonista della rivolta populista vive congelato nel tempo della protesta mentre chi affronta la sfida della ricostruzione accetta la difficile sfida del presente. È una linea di demarcazione che passa non solo all'interno dei Cinque Stelle ma anche della Lega che fu l'altro partito vincitore delle elezioni del 2018, che condivise con i grillini il governo Conte I e che oggi è altrettanto lacerata fra chi ancora predica il sovranismo, basato sull'esaltazione delle radici etnico-nazionali, e chi invece lavora per rafforzare l'integrazione europea da cui dipende la sorte della ricostruzione economica. Tanto nella Lega come nei Cinque Stelle la differenza fra i due fronti è netta: chi cavalca ancora la protesta contro lo Stato, adoperando temi come i migranti o presunti complotti, si oppone a chi lavora per un'Italia protagonista della ricostruzione europea affrontando le difficili sfide che il piano Next Generation EU ci impone. C'è chi guarda all'indietro e chi guarda in avanti.

Di questo si è parlato durante la Repubblica delle Idee a Bologna, un laboratorio di proposte ed iniziative che ha visto interagire l'agenda delle riforme necessarie con i bisogni di un Paese a cui servono più protezioni, più lavoro e in ultima istanza più diritti. Sul palco di piazza Maggiore come al Teatro Comunale si sono confrontate visioni diverse sulle priorità della ripresa, sulle tipologie di welfare e sull'interesse nazionale dimostrando come la forza di una democrazia sta nella capacità di dibattere con franchezza prima di unirsi nelle decisioni. Che investono il bisogno di innovazione nel lavoro, sviluppo di un'economia sostenibile e più protezioni dei diritti nell'ambito di un grande patto sociale capace di consentire all'Italia di uscire più forte dalle riforme di pubblica amministrazione, giustizia e fisco. Per poter cogliere le opportunità che ci offrono le nuove tecnologie e la transizione ecologica a partire dal Green Deal che la Commissione Ue sta per approvare. È grazie al piano di resilienza e ricostruzione concordato proprio con Bruxelles che il nostro Paese ha davanti a sé un percorso di sei anni capace di accompagnarci sul palcoscenico della competizione globale. Trasformandoci in tassello strategico del rafforzamento dell'integrazione Ue. È un'occasione che vale la sorte di una generazione e per coglierla governo, aziende, lavoratori, famiglie e singoli cittadini sono chiamati a interpretare lo spirito repubblicano lì dove coniuga creatività personale, rispetto per le istituzioni e unità nazionale.

È questo il patto nazionale sulla ricostruzione auspicato, in forme e con linguaggi diversi, dal capo dello Stato Mattarella, dal premier Draghi e dal commissario europeo Gentiloni. I valori alla base della nostra Costituzione sono l'humus indispensabile della stagione della ricostruzione ma per consentire al Paese di superare resistenze ideologiche e ostilità burocratiche bisogna riuscire a unirsi, lasciandosi alle spalle la stagione della protesta populista-sovranista per entrare in quella delle opportunità. È un passaggio delicato e difficile che coinvolge ognuno di noi e conferma come in ultima istanza ad essere decisiva sarà la responsabilità personale: esercitandola saremo protagonisti della ricostruzione, dimenticandola resteremo prigionieri del passato.