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di Ottavia Spaggiari

Il Domani, 13 giugno 2022

Kakouch parte dal Marocco a 23 anni, quando arriva in Italia lo accusano di essere uno scafista: è innocente ma passa tre anni e mezzo in carcere. Come lui ce ne sono centinaia.

Il 26 agosto 2015, vedendo le luci della nave battente bandiera svedese che tagliava l’oscurità della notte nel mezzo del Mediterraneo, Badr Kakouch aveva creduto che le sue preghiere si fossero esaudite. I soccorsi stavano arrivando. Tra le urla disperate di altre centinaia di migranti che, come lui, avevano tentato la traversata dalla Libia all’Italia a bordo di una piccola imbarcazione di legno, per la prima volta dopo ore si sentì travolgere da qualcosa che credeva aver perso: un senso di speranza. Quella sensazione però era durata pochissimo. Dì li a poco Kakouch, sarebbe stato accusato ingiustamente di essere tra i responsabili dell’imbarcazione.

Come per centinaia di altri migranti e richiedenti asilo arrivati in Italia e accusati di essere scafisti, per lui sarebbe iniziato un calvario giudiziario di anni, segnato da un’indagine lampo e dallo slalom tra gli ostacoli al diritto alla difesa e al giusto processo. Originario di Kenitra, una città nel nord-ovest del Marocco, Kakouch aveva deciso di andarsene a 23 anni. La prima fermata era stata la Libia. Dopo due anni aveva risparmiato abbastanza per tentare la traversata dal Mediterraneo all’Italia e lasciarsi alle spalle l’inferno della guerra civile libica. I trafficanti l’avevano tenuto diversi giorni a Zuwara, nel nord della Libia, stipato insieme a decine di altre persone in una connection house, un luogo di transito, dove i migranti sono tenuti rinchiusi in attesa della traversata. Una notte le porte si sono aperte.

Il processo - La storia è ricostruita negli atti del processo. I trafficanti hanno caricato lui e altre 493 persone su una barca di appena 20 metri; tutti infilati, uno dietro l’altro con le gambe a V. Kakouch si è trovato intrappolato in un ammasso di corpi appiccicati uno all’altro. Anche quando il mare si è ingrossato, muoversi è risultato impossibile. A diverse miglia dalla costa, quando il motore aveva cominciato a scaldarsi, Kakouch e la famiglia siriana di fianco a lui hanno sentito delle urla provenire dalla stiva, dove l’aria era diventata irrespirabile. “Lì abbiamo capito che sotto di noi c’erano delle altre persone”, ricorda “ci siamo messi a pregare e a piangere”. Sono morte asfissiate 53 persone, una delle più gravi tragedie del Mediterraneo nel 2015.

A prestare soccorso non è arrivata una nave qualsiasi ma un’imbarcazione della guardia costiera svedese impiegata nella flotta di Frontex, l’Agenzia della guardia di frontiera europea. Una volta in salvo, alcuni naufraghi hanno indicato al capitano della nave di Frontex Kakouch e altri sei migranti come appartenenti all’equipaggio che aveva condotto l’imbarcazione di legno. Kakouch è stato accusato di aver mantenuto l’ordine sulla barca e di aver impedito alle persone nella stiva di uscire. In realtà il processo ha rivelato che a bordo della nave di Frontex non vi erano interpreti in grado di tradurre puntualmente le accuse. Ai testimoni, tre pakistani e un ghanese, era stato assegnato un interprete bengalese, incapace di fornire una traduzione puntuale.

Le accuse in Italia - Eppure quando la nave ha attraccato al porto di Palermo, l’indagine si è risolta subito. La polizia italiana ha raccolto la testimonianza dei quattro migranti già ascoltati dal capitano di Frontex, un campione che rappresentava appena l’1 per cento dei passeggeri che si erano imbarcati in Libia. Nessuno ha tenuto conto del fatto che una delle due persone che, nello specifico, avevano accusato Kakouch aveva avuto una discussione con lui durante la fase dell’imbarco. Secondo i giudici del processo in primo grado l’accusa sarebbe stata una ritorsione. Kakouch non ha fatto in tempo a capire nemmeno dove si trovasse, è stato subito portato in questura e poi in carcere.

Oltre al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, è anche stato accusato di aver provocato la morte per asfissia di 53 persone nella stiva. Il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo. Kakouch e tutti gli altri imputati sono stati assolti per non aver commesso il fatto sia in primo grado che in appello.

Ma in attesa della sentenza di primo grado Kakouch ha trascorso tre anni e mezzo in carcere, in custodia cautelare. “Quell’esperienza mi ha distrutto la vita, la testa, il futuro”, dice. Oggi, a più di tre anni dalla scarcerazione, di nuovo a casa in Marocco, Kakouch ha spesso incubi in cui sogna di trovarsi ancora in prigione. “Venivo visto come un assassino e trattato come tale, nessuno credeva alla mia innocenza”.

Quello di Kakouch non è un caso isolato. Secondo un rapporto di Arci Porco Rosso e Alarm Phone, tra il 2015 e il 2021 almeno 2.056 persone sono state fermate dalla Polizia di stato con l’accusa di essere scafisti o basisti e molti di questi fermi sono stati il risultato di indagini lacunose e superficiali, condotte sotto la pressione di dover trovare un colpevole.

I fermi e gli arresti continuano ancora oggi. Ma la storia del giovane marocchino è esemplare anche dal punto di vista del problema drammatico dei processi italiani a imputati stranieri. Nella sentenza di assoluzione di Kakouch, oltre allo scarsissimo numero di testimoni ascoltati e all’utilizzo di un interprete di una lingua diversa, i giudici hanno sottolineato diversi aspetti problematici nella conduzione delle indagini. Tra questi il sospetto che, già sulla nave di Frontex, i testimoni siano stati incentivati ad accusare lui e gli altri con la promessa di un permesso di soggiorno, una modalità che il rapporto di Arci Porco Rosso e Alarm Phone ha identificato come ricorrente in molti di questi casi.

Vittime del sistema - “Queste persone sono vittime del sistema”, afferma Flavia Patané, ricercatrice dell’Università di Maastricht e co-autrice di uno studio dell’Università di Amsterdam secondo cui la maggior parte delle persone arrestate in Italia come scafisti sono migranti e richiedenti asilo e non appartengono alle reti di trafficanti. Dal 2015, infatti, per sfuggire alle autorità italiane ed europee, le reti del traffico hanno cambiato le proprie modalità operative, affidando il controllo delle imbarcazioni ai migranti stessi.

I trafficanti, insomma, rimangono in Libia e, come spiega Patané, “sono sempre più invisibili”. Secondo lo studio, in molti casi le persone arrestate sono state costrette con la forza dai trafficanti stessi a prendere il controllo dell’imbarcazione. Questo cambio di strategia è stato riconosciuto anche dal procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro. In un’audizione parlamentare del 2017, ha definito i migranti e richiedenti asilo che si ritrovano alla guida di un’imbarcazione come “vittime di un traffico che specula chiaramente sulle loro esigenze”. Nonostante questo, accusa Borderline Sicilia, le procure dell’isola hanno continuato a perseguire migranti e richiedenti asilo come scafisti. “Questi casi sono lo specchio della politica”, spiega Patané. “L’Unione europea ha messo forte pressione sulle autorità nazionali per contrastare il traffico di migranti e l’immigrazione irregolare”.

La zona grigia legislativa - Dal punto di vista legale, questi procedimenti sono resi possibili da un meccanismo giuridico che permette di perseguire come trafficanti anche i migranti e richiedenti asilo sospettati di condurre la propria imbarcazione. “Nella legge italiana non esiste una differenza tra traffico di migranti e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, spiega Patané. Per questo a chi è sospettato di aver fatto parte dell’equipaggio, come nel caso di Kakouch, o di aver tenuto il timone della propria imbarcazione anche solo per qualche minuto, o persino di avere passato una bottiglietta d’acqua ad altri passeggeri, viene contestato lo stesso reato che sarebbe contestato a un trafficante: l’articolo 12 del testo unico sull’immigrazione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Mentre le inchieste internazionali sulle reti del traffico - che richiedono indagini molto complesse, collaborazioni con paesi terzi, risorse notevoli e alte competenze - rimangono ancora poche, secondo diversi esperti legali, l’articolo 12 permette alle procure di aprire un alto numero di procedimenti contro presunti scafisti, offrendo un’impressione di efficienza. Secondo Germana Graceffo, avvocato di Borderline Sicilia, i migranti e i richiedenti asilo arrestati come scafisti sono un “capro espiatorio perfetto, la magistratura ha trovato il colpevole e l’opinione pubblica ha trovato la persona responsabile e così siamo tutti a posto con la coscienza”.

Senza difese - La custodia cautelare in carcere in attesa di giudizio viene applicata spesso in casi di questo tipo, in cui gli accusati sono appena sbarcati in Italia e non hanno un domicilio. La complessità di questi processi e la lentezza del nostro sistema giudiziario fanno sì che spesso persone innocenti finiscano per passare anni in una cella, prima di un’assoluzione. Per loro provare la propria innocenza rimane un’impresa complessa e costosa. Diversi esperti legali intervistati hanno sottolineato come le iniquità strutturali del nostro sistema di giustizia, tra cui la difficoltà di accedere ad avvocati esperti e la mancanza sistemica di interpreti qualificati, negano di fatto il diritto al giusto processo ed espongono chi non è italiano e non parla la lingua a un alto rischio di errori giudiziari.