di Massimo Giannini
La Stampa, 31 dicembre 2020
Finisce l'anno peggiore della nostra vita. L'Anno Uno d.C. Il primo non "dopo Cristo", che ha lasciato perdere Eboli e si è fermato chissà dove. Ma "dopo Covid", che invece si è fermato ovunque nel pianeta seminando sofferenza, dolore, morte. E cambiando forse per sempre la Storia. Del 2020 il premier Conte aveva detto "sarà un anno bellissimo".
Sappiamo com'è andata. Il più scellerato dei pronostici ha coinciso con il più crudele degli anni. Ne usciamo a pezzi, in ogni senso. Tutto è aggredito, violato, compromesso. Vite umane e abitudini quotidiane, rapporti affettivi e assetti produttivi, relazioni sociali e transazioni internazionali. L'abbiamo sperimentato sulla nostra pelle: "O la borsa o la vita" non è un'alternativa possibile. Mai come in questa tragedia non c'è l'una senza l'altra.
Ma abbiamo capito con altrettanta chiarezza che far coesistere la pandemia e l'economia è una missione difficile e tuttavia irrinunciabile. Una sfida senza precedenti per le leadership del Grande Mondo. Uno stress test senza attenuanti per l'establishment della Piccola Italia. Ancora una volta sospesa tra la paura e la speranza. Nella guerra contro la pandemia quello che è accaduto lo certifica l'Istat: 84 mila vittime in più tra gennaio e novembre. Quello che ci aspetta lo annuncia il ministro Speranza: per il 2021 abbiamo un'arma in più, il vaccino. Ma ci sarà ancora da combattere a lungo. Ammesso che il "Quartier Generale" sia capace di gestire il conflitto, resta da chiedersi se "l'intendenza seguirà". Condivido i dubbi sollevati su questo giornale da Emma Bonino, che nel piano vaccinale del governo individua più di una criticità. In teoria l'obiettivo è raggiungere l'immunità di gregge nel settembre 2021, vaccinando almeno l'80% della popolazione.
In pratica le strutture del Servizio Sanitario Nazionale e quelle delle regioni non sembrano in grado di assicurare una copertura così capillare, né per risorse finanziarie né per risorse umane. E guardare il prato nel giardino degli altri fa male. La Francia ha impostato il suo piano vaccini a luglio (mentre noi ci preparavamo ai balli estivi in Costa Smeralda). La Germania il suo piano l'ha varato a settembre (mentre noi già piangevamo sul troppo virus versato nelle discoteche d'agosto).
Nella guerra per rilanciare l'economia quello che è accaduto e quello che ci aspetta lo spiega il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco. Sotto i colpi del lockdown, la mondializzazione tramonta. Quest'anno il Pil del pianeta si contrarrà di oltre 4 punti, generando la recessione più profonda dalla Seconda Guerra mondiale. Uno shock, se si pensa che tra il 1990 e il 2019 il Prodotto globale era aumentato di quasi tre volte, il commercio internazionale era raddoppiato, la mortalità infantile era crollata dal 64 al 28 per mille e oltre 1 miliardo di persone erano uscite dalla povertà assoluta.
Il contagio non solo frena i consumi e distrugge il lavoro, ma rialza le frontiere e frena gli scambi. Così arriviamo a quella che Marie Charrel su Le Monde definisce la "slowbalisation": non la fine della globalizzazione, ma un suo drammatico rallentamento. Così si aggravano ulteriormente le "disuguaglianze asimmetriche": si riduce il fossato che separa i Paesi Avanzati da quelli Emergenti in termini di reddito disponibile, ma all'interno degli uni e degli altri si allarga a dismisura l'abisso che separa i ricchi dai poveri.
Il nostro Paese è dentro questo gorgo. Nel 2020 la caduta del Pil è di 9 punti. Se tutto va bene, dovremo aspettare la seconda metà del 2023 per riassestarci ai livelli pre-Covid (per altro già bassi visto che scontavano la Doppia Crisi: della finanza nel 2007, dei debiti sovrani nel 2011). Paghiamo il prezzo delle nostre storiche e arcinote debolezze. Scarsa istruzione, bassa qualità del lavoro, pochi investimenti, ascensore sociale e inter-generazionale bloccato.
Tra i Paesi Ocse siamo secondi per numero di giovani 15-29enni che non studiano, non si formano e non lavorano, mentre siamo penultimi per quota di popolazione 25-34enne con titolo di studio terziario. La spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo è pari all'1,4% del Pil, meno della metà di Usa e Cina. Se le nostre imprese avessero la stessa dimensione media di quelle tedesche la produttività nell'industria sarebbe più alta del 20%. Se nella Pubblica Amministrazione si lavorasse come in Germania la produttività media nei servizi crescerebbe del 15%.
Andiamo avanti così, facciamoci del male. Eppure nella sventura chiamata Coronavirus ci si offre un'opportunità irripetibile. I 209 miliardi del Recovery Plan sono manna dal cielo. Ma a patto che nel Paese ci siano mani capaci di raccoglierla. E anche su questo è tutto un fiorire di dubbi. Dopo i moniti di Gualtieri, Amendola e Gentiloni, finalmente anche il presidente del Consiglio ammette che siamo in grave ritardo sulla presentazione del piano. Dopo mesi dilapidati tra Rumor e Manzoni, a "frenare e rinviare" e a "troncare e sopire", ora l'Avvocato del Popolo riconosce che "non possiamo galleggiare" e che le tranche semestrali degli aiuti Ue "rischiano di essere sospese, o addirittura dovranno essere restituite".
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ma la verità è che non sappiamo se sia già troppo tardi. E soprattutto non sappiamo se questo governo e se questa classe dirigente siano davvero all'altezza del compito. Le premesse non sono buone. Le Linee Guida del Recovery italiano redatte finora, come ironizzava Andreotti su certi discorsi di Moro, sono davvero "brevi cenni sull'universo". Le poste suddivise nei grandi capitoli sono consistenti per quantità ma sfuggenti per qualità. Il grosso dei progetti (circa 88 miliardi su 127 di prestiti Ue) riguarda vecchie opere incompiute e non investimenti innovativi nei settori a più alto valore aggiunto. Ogni partito della traballante maggioranza giallorossa ha presentato una sua "integrazione al piano". In qualche caso (le 28 pagine vergate da Italia Viva) rappresentano in realtà "un altro piano". Matteo Renzi le ha costruite intorno a quattro parole chiave: Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità. E con il solito distruttivo "esprit florentin" ha lanciato l'acronimo CIAO. Non è il corrivo "Ciaone" con il quale dal referendum delle trivelle in poi il Giglio Magico liquidava amici e nemici. Ma poco ci manca.
Rimettere ordine in mezzo a tanto caos non sarà facile. Impazza "l'euforia da deficit" (copyright Carlo Cottarelli) che ha prodotto una legge di bilancio con 26 miliardi di mancette di ogni genere, dalle bici ai rubinetti. Dilaga la marea del debito, che sfiora il 160% del Pil e che con l'anno nuovo si tradurrà in 367 miliardi di nuove emissioni di titoli di Stato.
E qui torniamo al buon uso del Recovery, come chiarisce l'ex governatore della Bce, Mario Draghi: la sostenibilità del debito pubblico in un certo Paese sarà giudicata sulla base della crescita e quindi anche di come verranno spese le risorse del Next Generation Eu: se saranno sprecate, i progetti finanziati non produrranno crescita, e alla fine il debito diventerà insostenibile. Ecco sotto quale vulcano stiamo penando noi cittadini e sta danzando la politica.
"Se non sapremo meritarci i fondi europei gli italiani avranno tutto il diritto di cacciarci con ignominia", azzarda il premier travestendosi da grande statista. Con tutto il rispetto, sbaglia la prospettiva: se fallisce lui, stavolta fallisce l'Italia. Questa è la posta in palio, nell'Anno Due d.C. che sta arrivando. Non sarà bellissimo, sarà durissimo.











