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di Ezio Mauro

La Repubblica, 8 luglio 2022

La Costituzione fonda il nostro Paese sul diritto all’occupazione: vederlo negato è uno scandalo di tutti e della democrazia. Un’antica certezza messa in crisi dalla congiunzione di tre emergenze: sanitaria, finanziaria e bellica. E nell’emergenza, la ricerca del lucro suggerisce l’ultimo scambio: quello tra sicurezza e profitto.

Bisogna immaginare l’ultimo giorno, fatto di gesti minimi, quasi automatici e ripetuti da anni, innescati dal suono della sveglia sul comodino, perché il turno non aspetta. Un saluto, un appuntamento per dopo, “ci vediamo stasera”: c’è sempre qualcosa da fare, ma prima viene il lavoro. Chi fa il “notturno” monta alle 22, attraversa l’intera notte sotto il neon, torna a casa alle sette. Anche qui ci si adatta alla vita rovesciata, il tuo ultimo caffè prima di andare a dormire all’alba è il primo di tua moglie che comincia invece la sua giornata, c’è tempo per due parole intorno al tavolo in cucina, magari anche per un bacio ai ragazzi che hanno sempre fretta, si sono già infilati la felpa e corrono a prendere il 35 per la scuola, passa tra sette minuti. Tutto normale.

Quel che chiamiamo incidente - Niente è più ordinario del lavoro, quando c’è. Ti dà i ritmi e regola il tempo, i compagni con gli anni diventano amici, ti affezioni a quel che sai fare, dopo un po’ scopri che sei diventato esperto, gli altri ti chiedono consiglio, finché arriva il momento della cena la sera prima della pensione e c’è sempre qualcuno che si alza in piedi a leggere una poesia col tuo nome. Il lavoro è anche una catena, naturalmente: le stesse cose oggi e domani, bisogna avere più coscienza che pazienza per continuare a farle bene, pensandoci. Anche i rituali sono i soliti, abituali al punto da diventare inconsapevoli. Tutto regolare. Poi capita all’improvviso l’eccezione, l’incidente, l’incredibile.

Qualche volta è proprio l’abitudine a ingannare, mentre la tecnica di lavoro maschera il pericolo e l’esperienza nasconde l’insidia, che improvvisamente si manifesta. Roberto Savasta, 27 anni, tre giorni fa cade dal tetto di un magazzino che sta riparando a Niscemi, Simone Ferri scivola a 23 anni dal solaio di un capannone nell’Ascolano, dove sta facendo il suo lavoro operaio di manutenzione, come Salvatore Marchetta che precipita dal secondo piano di un cantiere, dove stava montando un infisso. O Sergei Robbiano, morto sull’automobile finita in mare durante il turno di notte all’aeroporto di Genova. O ancora Beniamino De Masi, 51 anni, operaio edile travolto nel crollo di un soffitto durante la ristrutturazione di un rustico. O Armel Dabrè, ribattezzato Carmelo dai colleghi, che è fuggito dieci anni fa dal Burkina Faso per diventare manutentore trasfertista nel Brindisino, e infine per morire cadendo dal ponteggio del cantiere a Laino Borgo, vicino a Cosenza.

Traditi dagli strumenti di lavoro - In altri casi sembra quasi che siano gli strumenti di lavoro - quelli con cui passi la tua giornata, che controlli ogni mattina e riponi con cura la sera, prima di tornare a casa - a ribellarsi sottraendosi al governo dell’uomo, per innescare definitivamente l’irreparabile. Il muletto che travolge Andrea Fagiani, maresciallo capo e sminatore di bombe e ordigni bellici, mentre lo sta manovrando nello stabilimento militare a Nera Montoro. O la piattaforma che schiaccia contro una trave Marcello Fusi, quando sta montando a Bedizzole un macchinario per la mungitura delle mucche. O il braccio della gru che Giancarlo Carizzoni, 56 anni, sta muovendo sul piazzale di una fabbrica siderurgica di Vicenza, e urta all’improvviso il cavo ad alta tensione fulminandolo. Come il tornio che alla vigilia della festa del Primo Maggio stritola Rosario Frisina nello stabilimento elettromeccanico di Gorgonzola, dove lavorava da trent’anni; o la massa di agglomerato di ferro che travolge Rossano Raimondi, mentre la sta scaricando dal camion in una fabbrica di Legnago. La vita deraglia dalla consuetudine e finisce di colpo, l’ordinario svela l’anomalia senza rimedio, l’abitudine si ribalta in tragedia. Ma siamo sicuri che sia ogni volta un’eccezione, un incidente, l’incredibile che diventa realtà?

Un censimento per non dimenticare - Noi definiamo incidente l’evento imprevisto che accade all’improvviso, e la parola quasi assolve le responsabilità mentre la pronunciamo, derubricando il fatto a disguido tecnico, episodio fortuito, casualità. Un insieme di circostanze esterne all’universo del lavoro che purtroppo si scaricano proprio lì, dove il tecnico, l’operaio, si stava adoperando. Ma 364 morti sul lavoro nel 2022, soltanto a metà anno, sono troppi per accettare che il caso e il destino siano gli unici attori di quanto è accaduto e queste vicende debbano finire con un lutto privato, riservato alla famiglia e agli amici, per sempre alle prese con l’inspiegabile. Proprio per contrastare la riduzione politica e morale del significato di queste tragedie, Marco Patucchi sta raccogliendo da mesi sul sito di Repubblica un censimento dei morti sul lavoro, mettendoli in fila e sottolineando gli elementi che li collegano e denunciano le responsabilità generali del sistema: e intanto li sottrae all’anonimato e alla dimenticanza, rendendo collettivo il dramma che si è consumato nel chiuso delle loro case.

Le vittime sulla rotta della crescita - Basta scorrere questa galleria per capire che non c’è nulla di inspiegabile, e niente è pubblico come una morte sul lavoro, perché è uno scandalo che appartiene a tutti. Una vergogna della democrazia. Le vittime sono distribuite sulla mappa del Paese seguendo la rotta della crescita e dello sviluppo, dunque sono un elemento del progresso - anche tecnologico - e dal benessere: 62 morti in Lombardia, 38 in Veneto, 37 nel Lazio, 32 in Emilia Romagna, 26 in Puglia, 24 in Campania e in Piemonte, 20 in Sicilia, 11 in Calabria. Ma dietro i funerali si allarga l’evidenza degli infortuni sul lavoro, 63 mila in Lombardia, 39 mila in Veneto, 35 mila in Emilia, più di 25 mila in Piemonte e nel Lazio, 23 mila in Toscana, 16 mila in Campania e Sicilia, per un totale di 324 mila casi denunciati nel Paese.

La Carta e il lavoro cardine della democrazia - Il lavoro è un’obbligazione volontaria alla necessità, dunque un dovere nei confronti della società, della famiglia, di se stessi, ed è naturalmente anche un diritto, visto che è questa la base fondativa della nostra repubblica, col rapporto sancito dalla Costituzione fin dall’articolo 1 tra lavoro e democrazia. Non solo: l’articolo 4 della Carta stabilisce che la repubblica riconosca a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuova le condizioni che lo rendono effettivo. Nello stesso tempo è scritto nella legge fondamentale il dovere di ogni cittadino di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta un’attività o una funzione “che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

La congiunzione di tre emergenze - È evidente che questo riconoscimento costituzionale del ruolo che il lavoro ha per i singoli individui, per il loro nucleo sociale di responsabilità e per la comunità nel suo insieme, comporta la tutela della sicurezza del cittadino-lavoratore nello svolgimento dei suoi compiti quotidiani. Morire di lavoro, dunque, oltre che un’offesa morale e un peccato sociale è una bestemmia costituzionale: appunto, uno scandalo della democrazia. Ma oggi la congiunzione-successione fra le tre emergenze finanziaria, sanitaria e bellica mette in crisi proprio questa interpretazione costituzionale del lavoro e della sua tutela, cioè la coscienza collettiva del lavoro come creatore di diritti.

Si scopre che il mondo non ha più il riparo di un tetto comune e nel nuovo universo scoperchiato il cittadino torna individuo, si sente esposto nelle sue paure vecchie e nuove, cerca sicurezza e protezione. È la risacca della globalizzazione, con un’onda troppo lunga per l’uomo comune, sbalzato in avanti dalla spinta della rivoluzione tecnologica e finanziaria che ha annullato la distanza dello spazio e del tempo: ma contemporaneamente, sopravanzato e scartato, come i relitti quando l’onda si ritira.

Il vincolo spezzato tra ricchi e poveri - Per lui quasi tutte le vecchie tutele - partiti, classi, sindacati - sono saltate, senza che ne emergessero altre. E alla fine si è rotto il vincolo di società tra il ricco e il povero, ormai non solo diversi e distanti ma reciprocamente indifferenti, inconsapevoli, senza un orizzonte comune di senso, nemmeno ostile. Poiché tutto è transito, il luogo ha perso valore, come il lavoro ha perso potere. Privato di classi, rappresentanti e bandiere, è ormai una merce della modernità che si compra e si vende, senza storia e senza diritti, salvo quelli negoziati sul posto e sulla porta, sulla spinta del momento. Il deserto sociale creato dal virus ha fatto il resto, separando per la prima volta il concetto di lavoro dal valore della sicurezza. Anzi, nel tentativo di arruolare i No Vax e la loro rabbia sociale, il populismo di destra ha trasformato i soggetti costretti a farsi carico della sicurezza in nemici della libertà, che imprigionano l’energia del lavoro in una gabbia di regole e di vincoli.

In questa semplificazione ideologica, il lavoro viene ridotto alla sua esclusiva dimensione economica, contrappone la libertà alla liberazione, cessa di essere strumento di emancipazione, non riesce a mettere in circolo nuovi diritti. Nell’emergenza, al contrario, l’incoscienza di cercare il lucro nel pericolo suggerisce l’ultimo scambio, quello tra sicurezza e profitto, come abbiamo visto nei casi del ponte Morandi, del Mottarone, dell’orditoio tessile che a Montemerlo con la fotocellula di controllo fuori uso ha stritolato Luana D’Orazio, operaia di 22 anni. La verità è che l’emergenza cambia la scala delle nostre priorità, ma anche della nostra sensibilità sociale, il rapporto tra il dovere generale e l’interesse particolare: fino a trasformare la sicurezza in ostacolo, autorizzando a noi stessi comportamenti che non avremmo accettato in passato. Abbiamo modificato il rapporto tra le componenti della società, e sulla spinta per tornare in ogni modo e al più presto sul mercato abbiamo concesso uno status privilegiato al capitale, autorizzato dallo stato d’eccezione.

I diritti come variabile dipendente della crisi - Ancora una volta, i diritti nati dal lavoro risultano una variabile dipendente della crisi, comprimibili, rinviabili. Diritti ombra, diritti nani, a partire dalla sicurezza, come succede ogni volta che un’azienda è in ristrutturazione, e saltano i parametri di protezione nel sistema di produzione che si modifica. Eppure dovremmo aver imparato che il lavoro ci ha difeso dal virus, tenendo il motore del sistema acceso nella fase più acuta: con il “lavoro degli altri” che ha consentito a noi di rimanere protetti nelle nostre case. Distribuendo ricchezza, integrazione e coesione. Ma soprattutto solidarietà, come il lavoro fa da quando è spuntata la coscienza dei diritti e dei doveri, e il concetto conseguente di società.