di Romina Marceca
La Repubblica, 23 dicembre 2020
La Santa sede ha riconosciuto il martirio "in odium fidei". Il compagno di liceo: "All'esame di maturità aiutò tutti". Lo chiamavano il "giudice ragazzino" per il viso pulito e lo sguardo limpido. Minuto e semplice nei modi, Rosario Livatino era un magistrato che si batteva senza paura contro la mafia. Il giudice istruttore, assassinato trent'anni fa sulla strada veloce Caltanissetta-Agrigento, sarà beato. La Santa Sede ha riconosciuto il martirio "in odium fidei" (in odio alla fede): è questo il contenuto di un decreto della Congregazione per le Cause dei santi, di cui papa Francesco ha autorizzato la promulgazione nel corso di un'udienza col cardinale prefetto Marcello Semeraro.
L'associazione "Amici del giudice Rosario Livatino" dal 2011 si è battuta per la beatificazione del magistrato. Giuseppe Palilla, presidente dell'associazione e compagno di scuola di Livatino al liceo racconta: "Ci siamo impegnati per raggiungere questo obiettivo, grazie anche al cardinale Montenegro che ha portato avanti l'esempio di Rosario. L'associazione è stata fondata dalla nostra professoressa di greco. Con lei Rosario si vedeva ogni mattina quando era già magistrato". Palilla e Livatino hanno frequentato il liceo classico Ugo Foscolo.
"Le nostre strade poi si sono divise ma ci vedevamo almeno una volta l'anno e andavamo a pranzo o a cena", racconta l'amico del giudice. C'è una grande gioia per la beatificazione. "La sua vita è stata molto breve. Come amico di Rosario - dice Giuseppe Palilla - e presidente dell'associazione non poteva esserci un finale migliore per un magistrato come lui.
Come diceva la nostra professoressa, era una moneta fuori corso: mi ricordo che all'esame di maturità aiutò tutti i compagni. Una volta lo incontrai al tribunale di Agrigento e lo salutai con imbarazzo, lui mi richiamò e mi disse "Ricorda che sono sempre Rosario". Quando è stato ucciso ci siamo raccolti con tutti i compagni, eravamo basiti e abbiamo partecipato alla funzione religiosa ma ci vietarono di portare la bara a spalla fino al cimitero. C'erano le passerelle".
Il 21 settembre 1990 Livatino aveva 37 anni, abitava coi genitori a Canicattì. Quella mattina venne ucciso dai mafiosi della Stidda. La prova del martirio "in odium fidei" del giovane giudice siciliano, secondo fonti vicine alla causa, è arrivata anche grazie alle dichiarazioni rese da uno dei quattro mandanti dell'omicidio, che ha testimoniato durante la seconda fase del processo di beatificazione (aperta il 21 settembre 2011 e portata avanti come postulatore dall'arcivescovo di Catanzaro, monsignor Vincenzo Bertolone, agrigentino), e grazie alle quali è emerso che chi ordinò quel delitto conosceva quanto Livatino fosse retto, giusto e attaccato alla fede e che per questo motivo, non poteva essere un interlocutore della criminalità.
Andava quindi ucciso. Emerge dalle sentenze dei processi sulla morte del giudice che importanti esponenti locali di Cosa Nostra, quando Livatino era ancora in vita, lo etichettassero come "uno scimunito", "un santocchio" (un bigotto, ndr) perché frequentava con assiduità la parrocchia di San Domenico, a pochi passi dalla casa in cui viveva con i genitori a Canicattì. La testimonianza del mandante è risultata decisiva così come quella di uno dei quattro esecutori materiali del delitto, Gaetano Puzzangaro, che quel 21 settembre era alla guida dell'auto che speronò la vettura del magistrato e che già in passato aveva deciso di rilasciare alcune dichiarazioni per la fase diocesana del processo.
Dopo la sua morte, nel 1993, Giovanni Paolo II, incontrando ad Agrigento i suoi genitori, aveva definito Livatino "un martire della giustizia e indirettamente della fede". Papa Francesco, che ha molto sostenuto la causa di beatificazione aperta, incontrando nel novembre del 2019 i membri del "Centro Studi Rosario Livatino", lo ha definito "un esempio non soltanto per i magistrati, ma per tutti coloro che operano nel campo del diritto: per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro, e per l'attualità delle sue riflessioni". La notizia della beatificazione è arrivata nel paese del giudice. I suoi genitori sono morti ma c'è ancora una comunità che ricorda quel ragazzo semplice, quel giudice senza macchia. La cerimonia di beatificazione potrebbe svolgersi nella primavera del 2021 ad Agrigento.











