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di Valentina Stella

Il Dubbio, 24 novembre 2022

In Tribunale “sfilano” i volti dei femminicidi. Matteucci: “Così viene svilito l’articolo 27”. Al Tribunale di Livorno è stata allestita una mostra con le foto di uomini condannati per femminicidio con tanto di nome, città, anno, arma del delitto e pure il nome della vittima. “E non è tutto - ci dice la presidente della Camera penale di Livorno, Aurora Matteucci. Purtroppo erano effigiati come se fossero essi stessi vittime dell’arma che hanno usato per il delitto commesso. Un “dente per dente occhio per occhio” in chiave contemporanea che evoca antichi supplizi. Il condannato è stato elevato ad esempio, come uno strumento di prevenzione generale”. Come dire, “a chi sale le scale del Tribunale, società civile e imputati che dovranno essere giudicati, che il condannato per quei reati si merita una pena identica a quella inflitta alle persone offese”.

Il contrario, per Matteucci, “di quanto afferma l’art. 27 Cost che stabilisce che il condannato è un fine e mai un mezzo, è protagonista di un’opera di risocializzazione complessa che, se funzionasse a dovere, consentirebbe il reinserimento e la restituzione di una persona rinnovata nel tessuto sociale, una persona che non può e non deve mai identificarsi solo con il reato che ha commesso”. “Questo approccio repressivo - prosegue Matteucci - rischia di sfuocare, appiattire, banalizzare e semplificare il complesso fenomeno della violenza maschile contro le donne, riducendola entro lo schema mortificante del paradigma vittimario. Sia chiaro, a scanso di equivoci”.

“Non intendo - prosegue Matteucci - negare che le donne sopravvissute (o peggio, non sopravvissute) alle violenze perpetrate dagli uomini non siamo state vittime di un reato, da accertare all’esito di un processo giusto e da punire con una condanna che non deve essere esemplare, ma giusta. Ma intendo stigmatizzare il ricorso a visioni, messaggi e narrazioni ideologiche e politiche che richiamano logiche ispirate ad un “uso strumentale del femminile e della violenza di genere per promuovere e legittimare politiche securitarie e repressive” (T. Pitch)”.

Quella del punire, è divenuta, ormai, “una “passione contemporanea” che origina da un’opinione pubblica concentrata sulla necessità di dare sfogo ad istanze repressive. Questo determina, a cascata, un vero e proprio avvitamento che tende ad annullare, mortificare e svilire la complessità dei fenomeni da cui traggono origine e linfa vitale i comportamenti violenti, impedendo di fatto ogni riflessione che sia capace di svelare, prima di tutto, natura ed estensione del gender crime”.

Facciamo notare alla presidente che c’è chi sostiene che quella mostra è/ era arte.

“Non entro nel merito del valore artistico dell’opera. Il punto per noi è un altro. È ovvio che l’arte veicola messaggi politici. Persino la scelta della sede - un Tribunale penale - contiene in sé un esplicito messaggio politico: deve far da monito, esprimere una forma di prevenzione generale. Un Tribunale dovrebbe, al contrario, rappresentare la sede fisica e simbolica di tutela della nostra Carta fondamentale e nella quale chi è imputato possa sapere che il giudizio sull’accusa che pende a suo carico sia assunto con il rigore, l’equilibrio e l’equidistanza che mancano purtroppo ormai nella narrazione mediatica”.