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di Dario Nuzzo

Confidenze, 12 novembre 2024

Mi sono sempre battuto per il benessere degli animali e delle persone private della libertà. Così ho accettato di seguire il progetto al penitenziario di Gorgona dove i detenuti si prendono cura di mucche e cavalli creando un rapporto speciale con loro. Ero un bambino particolare, e per particolare intendo che mi sentivo quasi mancare quando passavo di fronte alle macellerie di Trieste, la città dove ho trascorso la mia infanzia, e vedevo gli animali appesi, perché all’epoca non c’era la discrezione di oggi e non si nascondeva nulla ai bambini. Solo guardandoli riuscivo a percepire quanta sofferenza e devastazione potesse esserci dietro quello che arriva in tavola, ed è stato proprio allora che ho iniziato a rifiutarmi di mangiare carne, con buona pace dei miei genitori, per poi diventare vegano con il trascorrere del tempo.

Degli incontri fatti da piccolo con animali che non fossero quelli classici da compagnia, mi è rimasto impresso quello con un pinguino reale che la città di Trieste aveva adottato da una nave di carico proveniente dal Sud delle Americhe. Ricordo che era stato ribattezzato Marco, era diventato molto popolare tra noi bambini, di ritorno da scuola lo trovavamo sulle rive e lo seguivamo, guardandolo incedere con quella sua camminata buffa… Solo che non era molto socievole, e se qualcuno del gruppo lo importunava rischiava di farsi beccare. Già da piccolo sentivo quanto gli animali fossero in grado di provare emozioni e relazionarsi tra loro proprio come facciamo noi, e con il tempo ho deciso di portare questo credo attivamente nella mia vita: per tanti anni nel mio impegno sociale e civile come consigliere comunale e poi assessore a Livorno, che è la città dove vivo tuttora, mi sono concentrato sui diritti degli animali, cercando di dare il mio contributo sia al loro benessere in città e di lanciare un messaggio improntato alla convivenza tra uomo e animale.

Ho sognato una città dove le rondini potessero fare il nido indisturbate, dove i cani potessero avere spazi verdi per correre e giocare, dove le colonie feline potessero ricevere aiuto e riconoscimento per garantire ai gatti le cure di cui avevano bisogno. E ho lottato perché diventasse esattamente questo. Parallelamente all’impegno politico ho lavorato principalmente come assistente sociale, ed è per questo che quando nel 2018 sono andato in pensione, a 65 anni, il sindaco di Livorno mi ha scelto come garante dei diritti delle persone private della libertà.

C’è un parallelo importante da capire, secondo me, tra la comprensione dei diritti delle persone in difficoltà e quelli degli animali, e mi sono sempre battuto perché entrambe le categorie venissero ascoltate. L’isola di Gorgona, dove si trova un carcere che ospita al suo interno detenuti di media e alta sicurezza, ha una storia speciale che incrocia racconti di altissima umanità con l’empatia per gli animali. Tutto sta nell’idea di “cura” che si apprende man mano che la vita ci mette di fronte alla necessità di aiutare qualcuno di più fragile. Sull’isola esiste una colonia agricola collegata al carcere, un luogo dove i detenuti stessi vengono messi al lavoro. Solo che la colonia agricola comprendeva un macello dove nei tanti anni di attività sono stati uccisi migliaia di animali.

Con la Lega Anti Vivisezione, un’importante associazione nazionale votata alla tutela degli animali con cui collaboro, oltre al progetto della colonia agricola c’era anche molta pressione per la chiusura del macello, una struttura che per me aveva dell’assurdo. Per tanti anni, il carcere si è mosso sotto un direttore sensibile e consapevole affiancato da un veterinario attento, che si occupava della salute e del benessere degli animali della colonia agricola. In seguito, c’è stato qualche avvicendamento, si è creata una situazione che ha rischiato di fermare un lavoro durato anni, fatto di sensibilizzazione anche a partire dalle scuole, di collaborazioni con le università d’Italia e soprattutto mirato a offrire la possibilità ai detenuti di sviluppare un legame empatico con gli animali. Nel 2020 però, il macello è stato finalmente chiuso, dopo aver ottenuto nel 2016 l’interruzione delle attività di macellazione degli animali. Che il progetto di mettere in contatto i detenuti con gli animali della colonia stesse funzionando ho avuto modo di capirlo quando il macello era ancora aperto, perché mi è rimasta impressa una richiesta molto forte dei prigionieri di salvare una maialina malata dalla macellazione, unicamente perché avendoci a che fare ogni giorno per lavoro si erano affezionati.

Tenendo a mente questa vicenda, qualche anno dopo ho partecipato a una serie lezioni di scrittura creativa tenute nel carcere di Gorgona che avevano proprio questo scopo: parlare di come il rapporto con gli animali avesse portato qualcosa di nuovo e positivo nelle vite dei detenuti. La vita in colonia agricola non è diversa da quella nelle altre fattorie, e ha lo stesso potere di “guarigione”, in un certo senso: oltre al lavoro agricolo di prassi, i detenuti che fanno parte del progetto stanno a contatto diretto con gli animali per giornate intere e si prendono cura di loro pulendoli e spazzolandoli, assicurandosi che siano a proprio agio durante le visite con le scuole, dando loro da mangiare e facendo da assistenti al veterinario che si occupa della salute degli animali. Sono giornate molto indaffarate, perché anche se alcuni animali li stanno pian piano trasferendo in santuari che possano accoglierli, ci sono comunque centinaia di bovini, ovini, caprini da accudire, con tutte le loro esigenze e particolarità. Ogni detenuto ha un rapporto speciale con alcuni animali, e capita anche che gli dia un nome, instaurando un legame privilegiato con quello con cui trascorre più tempo.

Ogni volta che mi capita di tornare mi rendo conto di quanto le cose siano cambiate in meglio, con il passare del tempo. Per esempio, quando mi capitava di andare sull’isola durante il periodo del cambio di direzione, nonostante avessi un ruolo per lo più istituzionale che non mi consentiva un rapporto diretto con gli animali ospiti della colonia, mi piaceva comunque fermarmi a guardarli, capire come stavano, cosa comunicavano e magari captare qualche bisogno specifico. E la cosa più straziante per me era guardare negli occhi una pecora o una mucca, che al contrario di quanto si pensa sono animali molto espressivi e comunicativi, e tornare a casa senza sapere se alla prossima visita di routine li avrei trovati ancora lì.

All’epoca io facevo parte del programma istituzionale e avevo un ruolo prevalentemente da tramite che mi costringeva a tenere una certa distanza dalle singole situazioni, però non poter fare materialmente nulla perché gli animali non venissero portati al macello mi appesantiva il cuore, mi sembrava di essere tornato agli anni 80, quando ero stato a Gorgona per la prima volta con gli altri consiglieri comunali per le prime verifiche sullo stato dei detenuti. Poi, fortunatamente, le cose si sono sbloccate e oltre alla chiusura permanente del macello, che ha liberato tante risorse economiche e dato la possibilità di ricollocare alcuni animali in luoghi che potessero accoglierli o farli adottare, adesso il focus si è completamente concentrato sul rapporto positivo tra detenuti e animali.

Oggi mi occupo anche di gestire una cooperativa sociale nella vicina città di Collesalvetti, che ha come obiettivo quello di dare lavoro ai detenuti sull’isola e mantenerli in contatto con gli animali della colonia agricola, perché veder formarsi questi legami giorno dopo giorno, visita dopo visita e progetto dopo progetto, mi ha fatto toccare con mano e ancora più in profondità quanto ci sia bisogno di questa connessione continua con la natura e quanto possa essere utile a tutti. Il futuro che vedo sull’isola e nella società, nonostante tutto, è un futuro di speranza: ci sono molte opere di sensibilizzazione che agiscono in rete, e penso si stia arrivando a una grande consapevolezza di cosa significhi prendersi cura di qualcuno, soprattutto di chi è più fragile.