di Franco Marianelli
Il Tirreno, 20 agosto 2022
Viaggio in carcere, dal grattacielo di 9 piani destinato alle guardie (e disabitato) al padiglione centrale super blindato che ospita 130 reclusi ritenuti pericolosi. Il confine tra la libertà e il venir meno di essa sta tutto nel deng metallico della porta automatica azionata dall’agente nella guardiola: stiamo entrando dalla zona civile delle Sughere in quella realmente carceraria accompagnati nei “gironi” della struttura da un Virgilio con le mostrine da comandante delle guardie: Marco Garghella, da sei anni a Livorno.
Ci raggiunge Marcella Gori, responsabile dell’attività trattamentale dei detenuti. Paradossalmente ci accoglie subito un immagine di libertà:nel campo di calcio (“appena rifatto” specifica Gori) una decina di detenuti stanno facendo footing e dando calci a un pallone.
Sport e studio - Nelle 24 ore di un “ospite” delle Sughere la detenzione in cella è ridotta al minimo: “Al mattino non c’è una vera e propria sveglia, se non per coloro che sono adibiti ai servizi (pulizie, etc…), che si alzano intorno alle 7. Poi la colazione in cella e quindi le varie attività, - spiega Gori - non ultime quelle di studio. A metà giugno abbiamo fatto gli esami di terza media, poi le maturità e abbiamo 23 iscritti a corsi universitari. E poi corsi di musica, di teatro, abbiamo costruito violini, etc... Abbiamo infine la squadra di calcio e di rugby, si chiama Le Pecore Nere”.
La riabilitazione - “Attività ricreative a parte - prosegue Gori - poi pensiamo alle cose che tendono a ricostruire una nuova personalità come il corso “Liberi dentro”, grazie agli operatori dell’Associazione “Lui Uomini Maltrattati” che a dispetto del nome è rivolto a chi è dentro per violenze sulle donne”. I detenuti partecipano di buon grado? “Quelli che vogliono cambiare vita sì, gli altri no”, è la lineare risposta della dirigente.
Le Sughere si allargano - Il carcere livornese ha una cinta muraria di circa un chilometro e ancor prima di entrare si notano le due grandi gru lato monte. “Stanno costruendo i due nuovi reparti - spiega Garghella - che dovranno esser probabilmente destinati ai detenuti comuni, non sappiamo ancora se fra questi ci sarà anche il reparto femminile”. Con l’inaugurazione di due nuovi reparti il carcere potrà ospitare ulteriori 250 detenuti. Di fatto sarà un raddoppio del numero attuale.
Il grattacielo vuoto - Chi dall’esterno percorrendo la Variante guardi da sempre verso il carcere sappia che dal “grattacielo” di nove piani che emerge dalla struttura mai vedrà calarsi detenuti con la corda in quanto la struttura sarebbe destinata agli appartamenti delle guardie. Sarebbe (e non è), perché il palazzo è in via di rifacimento. Solo il piano terra è adibito a mensa.
130 soggetti pericolosi - Nel centro della struttura carceraria c’è il blindatissimo reparto a cinque piani dove sono ospitati i detenuti ad alto rischio. “Sono circa 130 - spiega Garghella - quasi tutti italiani”. I detenuti comuni invece sono circa 120 di cui la metà italiani. “Le nazionalità degli stranieri sono nordafricane, rumene, albanesi con una preoccupante recente presenza di georgiani”, aggiunge il comandante della penitenziaria livornese.
Due detenuti in 12 metri - E le celle? È una domanda a cui può rispondere bene Carlo Mazzerbo, direttore delle Sughere fino a poche settimane fa prima del pensionamento, con un’esperienza quarantennale in gran parte passata tra Sughere e Gorgona: “Noi rispettiamo le direttive europee: dodici metri quadrati per due persone, quindici per tre”. C’è un certo orgoglio nelle sue parole, perché è raro, anche in carceri vicini, che succeda...
I casi psichiatrici tra i comuni - Dentro le celle oltre ai posti letto, mini servizi igienici e armadietti. Ci ospita nella propria cella un ragazzo con evidenti problemi psichiatrici in attesa nella mattina stessa di una valutazione del giudice per i domiciliari o la permanenza in carcere. Prima di entrare Garghella ci parla del problema relativo ai detenuti psichiatrici: “Non dovrebbero stare qui ma in luoghi dove possano essere curati. Con la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari questi casi li dobbiamo gestire noi con tutte le difficoltà che ne derivano”.
Il ragazzo si presenta: “Mi chiamo Eugenio” - La cella è singola come quelle riservate ai detenuti in transito per vari motivi. “Eugenio è un accumulatore seriale”, scherza un agente riferendosi alla quantità di cose che ci sono dentro il locale. “Eugenio, posso chiederti perché sei qui?”. “Famiglia” risponde sintetico senza aggiungere altro. Poi sapremo che faceva riferimento ad episodi di violenza verso i familiari.
Vis a vis, ma anche in video - Rivoluzionaria è stata nelle carceri italiane e quindi anche alle Sughere l’ingresso della videoconferenza. Molte sono in corso proprio durante il nostro viaggio. “Si usano - spiega Gori - sia per i processi ai quali i detenuti possono assistere da remoto, sia per i colloqui con gli avvocati, sia per quelli coi familiari”. Ma non sostituiscono i colloqui vis a vis. “Tuttavia spesso i familiari abitano a centinaia di chilometri e quindi attraverso lo strumento telematico li facilitamo”. Ogni settimana, spiegano i dirigenti delle Sughere, sono permessi due, anche tre colloqui, sia tramite schermo, sia di persona e da un po’ di tempo sono allargati oltre alla ristretta cerchia dei familiari. “Con il permesso per del direttore però”. Nel cortile c’è un gazebo all’ombra: serve per i ricevimenti. Ci sono anche i giochi per i bambini al seguito dei parenti in visita.
Le agenti donne - Basta mezz’ora per notare la presenza di molte agenti donne. E viene da chiedere se questo non rappresenti un potenziale problema nei rapporti con i detenuti. “Nel servizio diretto con i detenuti vi sono solo uomini oppure donne con un grado elevato”, risponde il comandante Garghella. Come dicevamo, sul tavolo c’è l’ipotesi della riapertura dell’ala femminile. Lo conferma Marco Solimano, garante dei detenuti: “Mi sto impegnando soprattutto nel far sì che, con la costruzione dei due nuovi reparti, sia ripristinato il settore femminile”.
“La città inizi a prepararsi” - Non è l’unico obiettivo del garante. “È necessario che con questi lavori si superi pure la fatiscenza di alcune zone dell’ala in cui è ospitata la media intensità e soprattutto che, con il raddoppio dei detenuti che si trasferiranno a Livorno, la nostra città si prepari all’evento visto che tutto ciò potrà contribuire a far crescere un notevole indotto esterno”. Preoccupazioni analoghe messe nero su bianco anche a suo tempo da Giovanni De Peppo, ex garante che sottolineava la necessità di avere locali per la socializzazione non fatiscenti, la manutenzione agli alloggi delle guardie e, non ultimo, una fermata dell’autobus alle Sughere.
Gli occhi di Chafik - Durante il nostro viaggio incrociamo un ragazzo che fa le pulizie. Si chiama Chafik, è marocchino ma parla pratese. Sta scontando una pena per rapina. “Faccio l’università, studio Economia aziendale - racconta -. Ho voglia di rifarmi una vita quando uscirò da qui”. Probabilmente è una frase che diranno in molti qua dentro, ma lui ha la luce negli occhi quando parla del futuro senza questa tuta color arancione che ricorda tanto quelle di molte serie Tv. E sembra davvero uno di quelli che il deng lo risentiranno uscendo per l’ultima volta.










