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di Daniele Aliprandi


Il Garantista, 17 aprile 2015

 

Si tratta di un raro esempio di detenzione civile, anche se ancora l'affettività in prigione resta un tabù. Il luogo ideale per sperimentare "l'affettività in carcere" potrebbe essere il famoso carcere di Gorgona. A dirlo è stato il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone dopo aver visitato il carcere dove sono recluse 58 persone.

"Si tratta di capire - ha detto Corleone, accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito". Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico.

"L'isola - ha proposto - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità". Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti ma, ha ricordato, dove ci sono anche numerosi problemi a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura fino alla carenza di lavoro per i detenuti.

"Non c'è più il collegamento della Toremar - ha rilevato il garante regionale - e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c'è non ha riconoscimenti professionali". L'istituto penitenziario di Gorgona è comunque "perfetto" per dare il via all'affettività, ma prima deve essere approvata una legge visto che nelle carceri italiane è vietato fare sesso. Ricordiamo che è stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo giudice e altri colleghi, a favore dell' umanizzazione delle viste ai detenuti e soprattutto alla legalizzazione dell'affettività in carcere, "Il presente disegno di legge - si legge nel testo del ddl - riprende una proposta già depositata nella scorsa legislatura alla Camera dei deputati dall'Onorevole Rita Bernardini e dai deputati radicali, recante norme in materia di trattamento penitenziario".

Il testo disegno di legge prosegue spiegando che "La detenzione rappresenta un evento fortemente traumatico per gli individui che ne vengono coinvolti. La Costituzione, all'articolo 27, prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano sempre tendere alla rieducazione del condannato. Ne consegue un obbligo per il legislatore e per le istituzioni a vigilare affinché i diritti inviolabili dell'uomo siano garantiti e tutelati. Tra i diritti basilari vi è senza dubbio quello di mantenere rapporti affettivi, all'interno della famiglia e nell'ambito dei rapporti interpersonali".

Per superare questo problema, i senatori propongono delle soluzioni. Ad esempio rendere legale l'affettività in carcere "come del resto -spiegano nel testo - già avviene in altri Paesi europei e permette di agevolare il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenua la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena".

La sessualità è un ciclo organico, un impulso fisiologicamente insopprimibile, un bisogno di vita; trattare di affetti in carcere e, molto di più, di sessualità, suscita critiche, imbarazzi, polemiche, oltre che perplessità. La sessualità costituisce l'unico aspetto della vita di relazione dei detenuti a non essere normativizzato, quasi che l'afflizione della privazione sessuale debba necessariamente accompagnare lo stato di detenzione.

Carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili, perché se c'è qualcosa che nega la confidenza, la libertà di espressione dei sentimenti, questo è proprio il carcere. A tal proposito, diversi paesi europei hanno già da tempo introdotto, nei propri ordinamenti, apposite disposizioni normative volte a garantire l'esercizio - in ambito carcerario - del diritto personalissimo a coltivare relazioni familiari, affettive, sessuali e amicali con persone libere, destinando allo scopo spazi appositi e locali idonei.

In particolare, in Canton Ticino, ad esempio, l'affettività può esprimersi attraverso una serie articolata di colloqui ed incontri intimi per i detenuti, con la possibilità di trascorrere momenti d'intimità con i propri familiari o amici per sei ore consecutive in una casetta situata nella zona agricola del carcere: una zona immersa nel verde, non lontana dall'Istituto e protetta da una recinzione. In Italia mancano simili spazi e le proposte avanzate sono recepite con non poca resistenza, così, quando si è iniziato timidamente a parlare di "stanze dell'affettività" in carcere, le hanno subito battezzate "stanze del sesso", "celle a luci rosse".

Da un punto di vista utilitaristico, però, il riconoscimento di un "diritto all'affettività" avrebbe senza dubbio un ritorno in termini di vivibilità e di gestione penitenziaria. E a sostenere tutto ciò non ci sono solo le associazioni laiche o partiti come i radicali, ma anche movimenti cattolici come la Comunità Papa Giovanni XXIII. Quindi se non c'è ancora il diritto all'affettività in carcere non è perché in Italia c'è il Vaticano. Non ci sono scuse.