di Sergio Fabbrini
Il Sole 24 Ore, 29 settembre 2024
Si è aperto un dibattito importante. Mi riferisco allo ius scholae, in base al quale la cittadinanza italiana può essere riconosciuta a un minore, che sia nato in Italia o che vi abbia fatto ingresso entro i dodici anni di età, a condizione che abbia frequentato regolarmente, per almeno cinque anni, uno o più cicli scolastici presso istituti educativi italiani. La scuola come integrazione. La proposta, avanzata da +Europa (che ha promosso la raccolta on line delle firme per indire un referendum sul tema) oltre che da esponenti del centrosinistra, è sostenuta anche dai centristi non nazionalisti della coalizione di governo.
Essa è invece contrastata da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per i quali non c’è alcun bisogno di cambiare la legge vigente (del 4 febbraio 1992), il cui scopo era (ed è) quello di ostacolare il processo di acquisizione della cittadinanza da parte dei non italiani. Gli immigrati vanno respinti, non integrati”, ha detto Salvini. Quali sono le radici culturali di tale divisione? La nostra premier, pochi giorni fa a New York, ha argomentato che la nazione costituisce “uno stato d’animo a cui si appartiene condividendo cultura, tradizioni e valori”.
La nazione, però, non è la stessa cosa nei diversi contesti nazionali. Ha acquisito le caratteristiche del nazionalismo civico, nei Paesi che avviarono il processo di costruzione dello stato territoriale per primi (come la Francia e l’Inghilterra). Ovvero, ha acquisito le caratteristiche del nazionalismo etnico, nei Paesi che sono arrivati più tardi al processo di costruzione dello stato territoriale (come la Germania e l’Italia). Nei primi, la nazione è stata creata dopo lo stato, adattandosi al suo formato territoriale, amministrativo o rappresentativo. Si appartiene alla nazione perché si vive nel territorio dello stato, rispettandone l’autorità e i principi che la giustificano (è la nazione civica del cosiddetto ius soli).
Nei secondi, invece, la nazione è giunta prima dello stato, in quanto la formazione di quest’ultimo è stata ostacolata dalla frammentazione territoriale e dalla rivalità politica tra diverse autorità civili e religiose. Alle minacce esterne, i Paesi privi di un’organizzazione statale hanno così opposto una barriera culturale, piuttosto che militare, costruendo la nazione etnica (costituita di comuni tradizioni, di una comune lingua, di una comune biologia, il cosiddetto ius sanguinis).
Si è “inglesi” o è “francesi” perché si condivide la stessa si è “tedeschi” o “italiani” perché si condivide lo stesso sangue. Non può stupire che sia stato il nazionalismo etnico, e non civico, a degenerare verso esiti razzisti, oltre che autoritari. Il fascismo e il nazismo sono stati inventati in Italia e in Germania, non già in Francia e in Inghilterra. È stato il nazionalismo etnico che ha contribuito allo scoppio di due guerre mondiali, anche se il nazionalismo civico non ha mancato di giustificare l’imperialismo e il colonialismo.
Ancora oggi, il nazionalismo etnico dei Paesi dell’Europa orientale, entrati nell’Unione (Ue) tra il 2004 e il 2013, è fonte di instabilità del processo integrativo. L’idea che esista un popolo (al singolare), omogeneo (linguisticamente) e coeso (religiosamente) conduce inevitabilmente a una visione illiberale del potere, se, per liberalismo, intendiamo una visione pluralista della società, dell’economia e della politica. In America come in Europa, sono i nazionalisti etnici che hanno diffuso la teoria della “grande sostituzione”, in base alla quale si ritiene che i bianchi di religione cristiana saranno sostituiti dai nuovi immigrati, che bianchi non sono e neppure cristiani.
Il nazionalismo etnico connota la destra nazionalista ovunque, in Europa e in America. Meloni e Salvini sono esponenti di tale nazionalismo, anche se lo rappresentano con toni diversi. Un nazionalismo etnico che spinge inevitabilmente alla chiusura (delle frontiere, dei porti), nonostante la realtà sollevi la necessità di una loro apertura (regolata). In un Paese come l’Italia che perde popolazione ogni anno, che non sa come alimentare attività economiche ad alta intensità di lavoro (come l’agricoltura o l’edilizia), che presto non potrà garantire le pensioni e gli altri servizi sociali con una base lavorativa sempre più ridotta, il problema dell’immigrazione dovrebbe essere affrontato con razionalità.
O almeno ciò dovrebbe essere la richiesta del mondo delle imprese, che non può non sapere che l’etnicismo della destra nazionalista costituisce un vincolo sull’economia (oltre che una minaccia per la democrazia). Eppure, così non avviene. Se il nazionalismo etnico è pericoloso, quello civico non è privo di limiti. Certamente, esso non minaccia la democrazia, rispettandone i principi e le istituzioni, ma non riconosce la necessità di una risposta sovranazionale, non nazionale, al problema migratorio.
Insomma, la destra nazionalista italiana si oppone allo ius scholae sulla base di una visione etnica della nazione, visione difesa nonostante i danni che ha prodotto e che produce. L’alternativa al nazionalismo etnico non può essere però il nazionalismo civico, in quanto quest’ultimo (a Londra come a Oslo) fatica a riconoscere la necessità del suo sviluppo sovranazionale. Lo ius scholae è necessario, ma non sufficiente. Occorre anche ripensare la cittadinanza in una prospettiva europea, andando oltre il dualismo che ha caratterizzato la storia del nostro continente.










