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di Chiara Bidoli

Corriere della Sera, 2 maggio 2025

Giovanni Migliarese: “Gli adolescenti sono al picco massimo dell’energia e vivono di impulsi. Di fronte alla sofferenza, noi alimentiamo le loro insicurezze”. Siamo circondati da una narrazione, fittizia e autentica, che vede tra i principali protagonisti i giovani insieme alla violenza, subìta e praticata, espressa in tutte le sue terribili forme, come avviene in “Una figlia”, il film con Stefano Accorsi e Ginevra Francesconi. Sembra che il male sia più vicino, che possa riguardare chiunque, entrare con facilità nelle nostre vite sotto forma di rivoli silenziosi che si insinuano nel nostro quotidiano, portando con sé immagini e pensieri feroci carichi di sofferenza, paura e fragilità.

E lo fa attraverso i fatti di cronaca, ma anche alcuni racconti di serie tv e film che mostrano quello che è inaccettabile e incomprensibile: il lato sofferente e oscuro degli adolescenti di oggi. “La violenza è l’eccesso di un linguaggio che ha una natura fisiologica”, spiega Giovanni Migliarese, psichiatra direttore SC Salute Mentale Lomellina Asst Pavia e membro della Società Italiana di Psichiatria.

“L’aggressività (dal latino adgredior, avvicinarsi) permette di andare con determinazione verso ciò che si desidera. Ciò che la rende problematica non è tanto la pulsione in sé, ma il modo in cui viene declinata. E questo avviene quando l’aggressività va oltre la linea dell’assertività, che poi è la modalità più adeguata di far valere i propri diritti e interessi perché tiene conto dell’altro. Se viene scelto, invece, un approccio distruttivo saltano tutte le regole civili di convivenza”.

Perché c’è tanta violenza nei ragazzi?

“Dentro ognuno di noi c’è una quota di energia propulsiva che ci porta ad andare, consciamente e inconsciamente, verso ciò che riteniamo utile e importante. Gli adolescenti sono nella fase della vita che ha il picco massimo di energia, sia fisica che mentale e, biologicamente, sono più impulsivi, non hanno ancora sviluppato la capacità di prevedere le conseguenze delle loro azioni, possiamo considerarli come delle auto potenti con dei freni da utilitaria. Il punto sta nella modalità in cui questa energia viene indirizzata”.

Perché gli adolescenti di oggi tendono a usarla oltre il senso comune del consentito?

“Il loro cervello si sviluppa in un contesto di iperstimolazione. È come se i nostri adolescenti crescessero “ovattati” dagli stimoli che ricevono di continuo, perché troppo e sempre iper-esposti. Per sentire le emozioni - ovvero per sentirsi vivi - devono alzare di continuo l’asticella delle esperienze, esporsi a situazioni estreme, da vivere con sempre maggiore intensità. Solo così riescono a uscire da una condizione di rumore di fondo che è sovraffollata, in cui fanno fatica a inserirsi ed esprimersi”.

L’iper-stimolazione viene da mondo digitale?

“Dai social sicuramente, ma anche da una situazione di stress continuo. Viviamo in una costante riduzione di tempi e spazi che portano a sperimentare una condizione di perenne ubiquità, dove tutto è veloce e le azioni avvengono non appena le pensiamo. Non c’è più l’attesa, il pensiero ragionato e, nei ragazzi che già di per sé sono istintivi, alzare l’asticella senza alcun freno porta a effetti che possono essere gravi. Pensiamo alle azioni nate da un impulso del momento, magari da un’emozione forte, generate da certe forme di rabbia o frustrazione che possono portare a conseguenze serie e irreversibili”.

Da una parte vediamo adolescenti violenti, dall’altra ci sono coetanei che si isolano in camera, come si spiega?

“C’entra sempre la loro energia. I ragazzi sono in difficoltà perché non sanno dove metterla. Se non sanno essere creativi, se non riesco a indirizzare in maniera costruttiva la loro forza hanno due possibilità: o si auto-depotenziano, con effetti depressivi e di isolamento, oppure mostrano aspetti di disregolazione con l’aggressività che esce in modo improvviso e irrefrenabile. I giovani devono potersi sentire vitali e trovare contesti in cui essere riconosciuti, dove possano esprimersi liberamente”.

Di cos’altro hanno bisogno?

“La piramide di Maslow, la teoria di metà del secolo scorso sui bisogni dell’uomo, ricordava i bisogni primari, come quello di essere nutrito, di sentirsi sicuro e di realizzarsi. Successivamente lo psichiatra Victor Frankle ha aggiunto il bisogno di senso, ovvero quella necessità di attribuire significato alle cose. Per i ragazzi di oggi aggiungerei il bisogno di riconoscimento, la cui mancanza, in alcuni casi estremi, può sfociare in violenza che, senza giudizi morali, può essere anche letta come una reazione improvvisa di tutela. Provando a semplificare: se un ragazzo ha costruito un legame simbiotico con una persona, e questo legame in qualche modo viene interrotto in un modo improvviso, potremmo ipotizzare che un’eventuale reazione distruttiva sia, per colui che la attua, una reazione paradossale di protezione, di tutela di un’istanza vitale, come avviene nel film Una figlia”.

Dovremmo insegnare ai figli a gestire le separazioni e a “stare nel dolore”?

“Imparare ad accettare, e a costruire, la separazione è fondante durante l’adolescenza. Diventare adulti vuole dire infatti anche entrare in un rapporto di responsabilità con la propria storia, con le giuste distanze. L’obiettivo degli adulti dovrebbe essere quello di tracciare una rotta, di dare dei punti di riferimento a livello di valori, prospettive, di modelli di vita e poi lasciare andare i ragazzi, facendo sempre sentire la propria presenza, ma a distanza. Amare un figlio significa amarlo in quanto tale, in quanto in grado di prendere un’altra strada. Kahlil Gibran diceva che i figli sono frecce che, una volta partite dall’arco, devono continuare ad andare”.

È più difficile lasciare andare i figli se li vediamo in difficoltà?

“Di fronte alla sofferenza di un figlio i genitori sono spesso i primi a non reggere la situazione e rischiano di alimentare insicurezze perché intervengono per sistemare le cose, sono iperprotettivi, ma così non li allenano a superare gli ostacoli e le delusioni della vita. Per affrontare il dolore, e aiutare i figli a farlo, bisogna innanzitutto riconoscere il valore del tempo, che insegna che non esistono sempre risposte immediate e che, talvolta, il dolore e la fatica possono avere un significato”.

Nella scena finale di Una figlia c’è una riflessione sul fatto che un genitore rimane un genitore “qualunque cosa accada”.

“È così, anche un figlio rimane sempre un figlio, anche quando diventa un genitore. Nel tempo però questi ruoli cambiano profondamente, deve evolvere la modalità di attaccamento e il legame reciproco. Centrale è investire nella relazione. Tendiamo a essere “figliocentrici” e fare tutto in funzione di ciò che vogliono loro. Amare un figlio, però, vuol dire - come diceva Daniel Pennac parlando di libri - far dono delle nostre preferenze a coloro che preferiamo. Che significa donare ciò che ci piace, condividere le nostre passioni e, nello stesso tempo, guardare con curiosità a quelle dei figli. Solo così è possibile investire su una relazione che si costruisce su semplici, ma significativi, momenti di felicità condivisa”.