di Giovanni Innamorati
Il Manifesto, 14 marzo 2026
Manca il “requisito d’urgenza”. Il decreto viene respinto all’unanimità dal comitato per la legislazione. Il parere è arrivato sotto la presidenza della leghista Daisy Pirovano. Il decreto sicurezza, all’esame della commissione Affari costituzionali del Senato, manca dei requisiti di necessità e urgenza previsti dalla Costituzione. Ad affermarlo non sono le opposizioni ma l’intero arco parlamentare, centrodestra compreso. L’impegnativa affermazione è infatti contenuta nel parere del Comitato per la legislazione del Senato approvato all’unanimità. Si tratta di un organo paritetico, composto da quattro senatori della maggioranza e altrettanti delle minoranze, che “si esprime sulla valutazione d’impatto e sulla qualità dei testi”, e in particolare dei decreti del governo. Questa volta, nel suo parere, oltre a stroncare il decreto sul piano della chiarezza delle norme contenute, ha anche espresso un giudizio sull’assenza dei requisiti costituzionali.
Anche in passato, sotto la presidenza del dem Andrea Giorgis, il Comitato aveva sollevato simili dubbi su alcuni decreti; in questo caso lo stigma è avvenuto sotto la presidenza della leghista Daisy Pirovano, che ha approntato lei stessa il parere. Anzi lo ha integrato accogliendo due rilievi proposti dallo stesso Giorgis e dal pentastellato Roberto Cataldi.
“Nel preambolo del decreto - si legge nel parere approvato - si fa riferimento a quattro principali finalità dell’intervento normativo, senza fornire argomentazioni specifiche sulla sussistenza del requisito della straordinarietà del caso di necessità e urgenza costituzionalmente prescritto per l’adozione da parte del governo di un provvedimento provvisorio con forza di legge, argomentazioni che dovrebbero essere indicate con riferimento a ogni singolo articolo o misura del decreto-legge”. Il Comitato ha ricordato che c’è “un consolidato indirizzo della Corte costituzionale” su questo punto, da ultimo una sentenza del 2024 (la n.146): “La mancanza del presupposto in questione configura tanto un vizio di legittimità costituzionale del decreto-legge, quanto un vizio in procedendo della stessa legge di conversione”.
C’è poi il tema delicato dell’introduzione di nuove norme penali attraverso un decreto, divenuta una abitudine del governo Meloni; ciò “confligge con quelle esigenze di ponderazione che sono più efficacemente salvaguardate dall’ordinario iter parlamentare e rende più probabili ripetuti interventi normativi sul medesimo oggetto anche in un breve arco temporale”. A tal proposito durante il dibattito in commissione Affari costituzionali, Peppe De Cristofaro (Avs) ha ricordato che il governo nel decreto Caivano ha introdotto un reato per chi non manda i figli a scuola (articolo 570 ter del codice penale) salvo contestarlo ora per la famiglia nel bosco.
In maniera spietata il Comitato per la legislazione ha poi sottolineato la scadente qualità del testo, nella tecnica della novellazione: “Non solo gli interventi normativi risultano molto meno leggibili, ma si determinano inesattezze nei riferimenti interni con conseguenti difficoltà applicative, soprattutto per effetto dell’introduzione di commi non numerati”. Probabilmente qui gli uffici del Senato, che aiutano i senatori a predisporre i pareri, si sono tolti qualche sassolino dalle scarpe. Dal Viminale arrivano spesso testi, che necessitano continue riscritture (il decreto Cutro fu emendato sette volte, perché risultava inapplicabile). Segue un elenco di articoli e commi scritti male e 14 emendamenti per rendere il testo applicabile.
Anche l’Ufficio studi di Palazzo Madama, nel dossier preparato come strumento di lettura del decreto, ha invitato i senatori “a valutare l’opportunità di modifiche” anche di sostanza e in molti punti. In particolare le riserve riguardano due delle norme più controverse: quella sull’annotazione preliminare (al posto dell’iscrizione nel registro degli indagati) nel caso di un reato che abbia “una evidente causa di giustificazione”; e l’accompagnamento coattivo presso gli uffici della polizia, della durata di 12 ore di persone sospettate di creare disordini durante le manifestazioni. Nel primo caso l’Ufficio studi invita a esplicitare cosa si intenda per “evidente” causa di giustificazione; nel secondo chiede “di chiarire, nell’ottica di evitare dubbi e difficoltà applicative, caratteristiche e finalità degli accertamenti conseguenti al fermo”. Il 17 saranno presentati gli emendamenti in commissione Affari costituzionali e dopo il referendum inizieranno le votazioni.











