di Michele Ainis
La Repubblica, 10 marzo 2022
Questa guerra non fa solo strage di bambini, com’è avvenuto a Mariupol. Fra le vittime della guerra in Ucraina c’è anche il diritto, le regole interne e internazionali. Parrebbero mute, impotenti dinanzi alla potenza delle armi. Invece parlano, disegnano precetti e procedure, ma queste parole restano poi incollate sulla carta, senza mai risuonare sul teatro degli eventi. Ed è una sconfitta, per la civiltà giuridica e per la civiltà tout court.
Le parole che si leggono nello Statuto delle Nazioni Unite, per cominciare. L’articolo 2, par. 4, vieta l’uso della forza “contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”. Eppure è questo il delitto che si consuma sotto gli occhi del mondo: una guerra d’aggressione. Il 2 marzo l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato una risoluzione di condanna, con 141 Stati a favore e soltanto 5 contrari. Ma per passare dalle parole ai fatti occorre una delibera del Consiglio di sicurezza. Secondo l’articolo 42 dello Statuto è quest’ultimo, difatti, che “può intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione necessaria”, comprendendovi “dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni”. Sennonché la Russia, in seno a quell’organismo, dispone d’un potere di veto; per consentirne la reazione, dovrebbe quindi dichiarare guerra con se stessa.
E c’è poi la Corte penale internazionale, che ha raccolto l’eredità di Norimberga. Punisce i crimini di guerra, categoria alquanto indecifrabile, dato che ogni guerra è un crimine. E punisce gli individui, non le nazioni. Fra costoro, i dirigenti politici o militari di uno Stato che abbia deciso d’aggredire un altro Stato. È la fotografia di Putin, e infatti la Corte ha già acceso un faro. Ma sta di fatto che serve il via libera del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, anche in questo caso. E sta di fatto che un terzo dei 193 Stati membri dell’Onu non ha aderito alla Corte penale. Non l’ha fatto la Russia, né d’altronde gli Usa, l’India, la Cina. Non vi ha aderito nemmeno l’Ucraina, benché in questi giorni ne reclami l’intervento. Mentre il crimine di aggressione è stato ratificato da 43 Paesi appena (fra cui l’Italia, da gennaio). Per forza: è il crimine più politico, giacché la guerra non è che la prosecuzione della politica, diceva von Clausewitz. E la politica vuole le mani libere, specie se governa una grande nazione. Sicché la Corte penale può procedere contro i signori della guerra africani, ma non può nulla contro i potenti della Terra.
Rimangono però le regole interne, che vincolano gli stessi governanti. E dunque la regola suprema, quella scolpita nella Carta costituzionale d’ogni Stato. Qualcuno ha riletto in queste ore la Costituzione russa? Vi si trovano i principi dello Stato di diritto, a partire dalla separazione dei poteri cara al vecchio Montesquieu: “Gli organi del potere legislativo, esecutivo e giudiziario sono indipendenti” (articolo 10). Eppure Putin regna incontrastato da vent’anni. Vi trova altresì spazio il primato del diritto internazionale sul diritto nazionale: “Se un trattato internazionale della Federazione Russa stabilisce norme diverse da quelle previste dalla legge, si applicano le norme del trattato internazionale” (articolo 15). Invece non è vero, adesso la Russia applica soltanto la legge dei cannoni.
Insomma, durante una guerra le regole giuridiche si svuotano come corpi esangui. E non solo nei regimi autoritari, che peraltro - avverte Freedom House - coprono ormai i quattro quinti del pianeta. Anche l’Europa ha dovuto smentire un suo principio fondativo, “la libertà dei media e il loro pluralismo” (articolo 11 della Carta di Nizza), censurando due agenzie di stampa russe. Succede perché ogni guerra mette in crisi il diritto vigente, lo rende opaco (“Chi comanda in caso di guerra?” chiese Cossiga nel 1986, dopo i fatti di Sigonella), ne mette a nudo i limiti. Ma questa crisi del diritto - ha osservato Alan Dershowitz (Rights from wrongs, 2004) - genera poi nuovo diritto, un altro ordine interno e internazionale. È accaduto dopo la seconda guerra mondiale, con l’approvazione dello Statuto dell’Onu (1945) e della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). Accadrà di nuovo. Non sappiamo come, su quali altri fondamenti. Una lezione, però, dovremmo averla appresa: le norme camminano sulle gambe degli uomini. Per ottenere pace, serve un popolo che la sostenga. A cominciare dal popolo russo.










