di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 26 giugno 2019
Adesso alla comandante Carola non resta che decidere se e quando mandare avanti le macchine della Sea-Watch, infrangere il divieto d'ingresso in acque italiane ed entrare in porto a Lampedusa. "So che perderò la nave, ma devo portare a terra queste persone", aveva annunciato ieri in un'intervista a Repubblica consapevole delle conseguenze della sua decisione: multa fino a 50.000 euro e confisca della nave.
La Ong, cui questa prospettiva non piace, non ha ancora deciso se avallare la decisione della comandante, che sembra ormai inevitabile dopo il verdetto della Corte europea dei diritti dell'uomo. I giudici di Strasburgo hanno respinto il ricorso dei 42 migranti, che invocavano un intervento urgente per porre fine a un trattamento disumano al quattordicesimo giorno a bordo. Per la Corte, non ci sono i "motivi eccezionali" che possono discendere dal rischio di "danni irreparabili alle persone".
Un brutto e forse inatteso colpo per la Ong, che ha commentato così: "La Corte ritiene che le condizioni a bordo non costituiscano un danno imminente e irreparabile all'incolumità dei naufraghi e chiede però all'Italia di prestare supporto alla nave. Resta la responsabilità del comandante di portare in salvo i naufraghi". Parole che suonano come un via libera alle scelte della giovane capitana. Rackete ha sperato fino all'ultimo in un verdetto che sollecitasse l'Italia a consentire lo sbarco immediato. Ma così non è stato. Le controdeduzioni fornite dal Viminale sono bastate ai giudici di Strasburgo per emettere una sentenza che si limita a invitare l'Italia "a continuare a fornire l'assistenza necessaria" alle persone a bordo "vulnerabili" per età o condizioni di salute.
Come dire che, finché la nave continuerà a pendolare di fronte a Lampedusa, l'Italia dovrà garantire generi di prima necessità e eventuali cure mediche. Come nei giorni scorsi, quando il Viminale ha consentito l'evacuazione di 11 tra donne incinte, bambini, uomini in gravi condizioni di salute. Salvini, che già prima del verdetto aveva annunciato: "La nave in Italia non arriva, per me può restare in mare fino a Natale", dopo si ringalluzzisce: "Anche la Corte di Strasburgo conferma la scelta di ordine, buon senso, legalità e giustizia dell'Italia: porti chiusi ai trafficanti di esseri umani e ai loro complici", mentre il suo sottosegretario Molteni si lascia andare a un attacco a chi sostiene le ragioni umanitarie: "Aspettiamo con ansia le reazioni di Boldrini, Saviano e compagni vari".
A bordo, il no di Strasburgo è stato accolto con scoramento. Difficile per la comandante tenere tranquilli i 42 migranti, che ieri avevano fatto arrivare a terra un drammatico videomessaggio: "Siamo scappati dalle prigioni libiche e oggi siamo prigionieri su questa nave. Vi chiediamo aiuto, fateci sbarcare. Non è più possibile vivere qui in queste condizioni, seduti o sdraiati. Non c'è spazio per tutti". Appello raccolto dal Garante dei detenuti Mauro Palma, che ha presentato un esposto alla procura di Roma chiedendo di valutare se - nella decisione del governo di vietare lo sbarco - possa ravvisarsi una condotta penalmente rilevante di violazione della libertà personale. Il moltiplicarsi di appelli, da don Ciotti a Emma Bonino, a questo punto, non sembra però in grado di sbloccare la situazione.
Il timone è in mano a Carola Rackete. Sarà lei a decidere se regalare la libertà a quei 42 migranti, nelle stesse ore in cui il Parlamento è chiamato a votare il rinnovo degli accordi con il governo libico per il controllo dei flussi migratori. Una questione sulla quale si è espresso ieri il Consiglio supremo di difesa, riunito al Quirinale dal presidente della Repubblica: "La Libia resta una priorità per il nostro Paese.
Solo il ripristino del dialogo tra tutte le parti potrà creare le condizioni per un reale processo di pace e di conseguente stabilità e controllo del territorio". Ma il voto sul rinnovo della missione finisce per spaccare il Pd con un'ala del partito, capofila Matteo Orfini, che firma con Leu e Radicali una risoluzione per l'immediata sospensione di quegli accordi, voluti dall'ex ministro Pd Marco Minniti: "Vanno strappati, la Libia è un Paese in guerra e rimandarci chi scappa è illegale e disumano".









