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di Conchita Sannino

La Repubblica, 16 settembre 2025

Grazie al progetto del Pnrr erano stati assunti a tempo determinato 12 mila addetti agli staff dei giudici. Le loro storie: “Preziosi per gli uffici, invisibili ai diritti”. Preziosi, ma inesistenti per le piante organiche di domani. Indispensabili per far andare avanti fascicoli e dibattimenti, civili e penali: al punto che a tanti di questi collaboratori dei magistrati è sostanzialmente impedito, oggi, di partecipare alla loro prima giornata nazionale di mobilitazione. La motivazione? “Purtroppo non si possono far saltare le udienze”. E tuttavia: invisibili ai diritti, destinati a uscire, come hanno ammesso il ministro Carlo Nordio e il suo vice Francesco Paolo Sisto. Verso l’ennesima precarietà.

È la clamorosa beffa che tocca ai 12mila addetti dell’Ufficio del processo: nati grazie al progetto del Pnrr, assunti a tempo determinato fino al 30 giugno 2026, si tratta di donne e uomini, giovani laureati o maturi professionisti, giuristi o operatori data-entry o funzionari amministrativi, statistici e contabili, che si occupano di tutte le attività di supporto al lavoro del giudice. Sono quelli che stanno svolgendo da tre anni un lavoro ordinario e cruciale in centinaia di procure, corti e tribunali del Paese affette da arretrati e lungaggini: scongiurando la paralisi, come riconosciuto dalle toghe. Che, per inciso, anche nei documenti ufficiali dell’Associazione nazionale magistrati o negli incontri con il Guardasigilli, ne chiedono con toni preoccupati l’assunzione definitiva. Ma il ministero di via Arenula, per ora, ha stanziato risorse per trattenerne solo un quarto. Per novemila non ci sono certezze. Un paradosso tutto italico, che sfocia oggi in una giornata di astensione e sit-in indetta dalla funzione pubblica Cgil. Presìdi e proteste da Roma a Trieste, da Genova a Catanzaro, da Reggio Calabria a Firenze, da Napoli a Torino. Parabola del tradimento del Pnrr: grande progetto, ottima esecuzione, finale grottesco. Con la giustizia, che in questi anni ha recuperato con enormi sforzi collettivi una parte dei ritardi, pronta a ricadere nelle inefficienze del passato.

È una battaglia che rischia di scomparire tra le pieghe burocratiche dell’asse Roma-Bruxelles. O sotto l’eco della lotta politico-istituzionale sulla riforma della giustizia: sì o no alla separazione delle carriere. In fondo, l’acronimo stesso dà un suono respingente, Aupp (addetti all’ufficio per il processo). E invece i fatti sono chiari: questo esercito silenzioso ha ridotto gli arretrati della giustizia civile e penale, quasi dimezzando i tempi di chi é in attesa di sentenza, e avviando la digitalizzazione degli atti di giustizia cartacei, che erano accatastati negli archivi.

Un film che ha la faccia e le storie di lavoratori come tanti, il padre o la laureata della porta accanto, che sono legali o aspiranti magistrati, ex docenti o ex precari laureati da una vita che hanno creduto e investito in un servizio allo Stato, hanno imparato e sono cresciuti, abbattendo chilometri di carte e di attese. Gente come Bruna Albano, avvocatessa di lungo corso, due figli, origini al sud, al fianco dei giudici di tribunale: “Ho iniziato questa avventura tra i primi, quasi 4 anni fa, quando esercitavo la professione. Ero attratta dal desiderio di contribuire al miglioramento dell’efficienza del sistema giustizia, e l’esperienza si è dimostrata stimolante e molto positiva: anche se sono stata costretta sospendermi, come tutti, dall’ordine degli avvocati e dalla cassa forense. E oggi, in prossimità della scadenza, mi sembro davvero assurda la prospettiva di un balzo all’indietro del sistema che tutti noi abbiamo contribuito ad elevare. Significherebbe perdere tutto il lavoro fatto: loro e noi”.

Oppure come Simone Rossi, 29 anni, laureato in Giurisprudenza, al lavoro presso la prima sezione penale del tribunale di Roma: “Quando siamo arrivati, c’erano corridoi interi stracarichi di carte, armadi che scoppiavano, e dove nessuno poteva mettere le mani. Ho imparato tanto, sono nella sezione che si occupa di stalking, di revenge porn, di violenze sui fragili. E adesso vedo un salto nel vuoto, tanti che avevano vinto altri concorsi sono andati verso altre amministrazioni, io ho voluto sperare che il nostro ufficio potesse avere un futuro: in tutta Europa funziona lo staff che assiste il magistrato, e in Italia c’è una carenza assurda di assistenti, di cancellieri, di funzionari. Pensare che tutti insieme abbiamo abbassato la durata media dei processi penali da 498 giorni, rapporto del 2020, a 355 giorni, resoconto del 2024”. O, ancora, lavoratori come Elisabetta Romito, 46 anni, laureata in Scienze Politiche, addetta al tribunale di Bari, sezione migranti. Una vita di lavoro sempre senza futuro: “Ho 21 anni alle spalle come precaria: 15 anni nel call center dell’Inps, 3 anni come navigator nei Centri per l’impiego e ora alla giustizia. E tra sei mesi appena, tutto sarà vanificato: lo Stato se lo può consentire? Chiediamo che nella prossima legge di bilancio si programmi la totale stabilizzazione”

Per ora, invece, le risorse bastano appena per 3mila. Una giustizia che va controsenso. “Quei 12mila donne e uomini, alcuni giovani e giovanissimi, altri in età avanzata e con famiglia a carico, si sono trasferiti a centinaia di chilometri dalle proprie abitazioni per servire lo Stato - puntualizza Florindo Oliverio, il segretario nazionale della Funzione Pubblica - Per il ministro Nordio e il governo Meloni sono fantasmi di cui disfarsi dal 30 giugno prossimo. Salvo impedirgli di scioperare, oggi, con ordini di servizio che motivano la precettazione con la carenza di personale, che non permette il regolare svolgimento delle attività ordinarie e delle udienze. Quindi si può essere fondamentali al lavoro: purché immeritevoli di diritti”.