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di Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli

La Stampa, 25 febbraio 2026

All’inizio del suo governo Giorgia Meloni aveva detto di non volere attriti con la magistratura. Ma il governo ha sempre vissuto con particolare sofferenza le sentenze che contestavano certi suoi atti e quindi i rapporti con i giudici sono poi sempre stati, in realtà, molto difficili. Da qualche tempo però la situazione è nettamente peggiorata. Ormai è un riflesso automatico e violento. Ogni volta che un giudice emette una sentenza che non le fa piacere la Presidente del Consiglio alza i toni contro quella decisione: “rimango allibita”, “sono senza parole”, “è una sentenza abnorme” e addirittura “surreale”; “i giudici sono di ostacolo all’azione dell’esecutivo” e “impediscono la lotta contro i trafficanti di essere umani”.

Sono parole pesanti, talune forse ai limiti dell’oltraggio.

La violenza di questo scontro è dovuta all’avvicinarsi del referendum costituzionale sulla riforma che stabilisce la separazione delle carriere fra giudici e pm. La posta in gioco ha assunto, soprattutto per il governo, una rilevanza politica che va ben al di là della questione giuridica. Si deve vincere a tutti i costi, dunque. Ma in una materia così squisitamente tecnica (e che proprio per questa elevata tecnicità- sia detto per inciso - non si presta ad un referendum popolare) è molto difficile spiegare alla maggior parte dei cittadini le ragioni del “sì” e del “no”. E allora il governo salta l’ostacolo. Esso cerca di indurre i cittadini a votare per il “sì”, e ad approvare in tal modo la riforma, destando in essi astio ed avversione nei confronti dei magistrati.

Così la sua propaganda si fonda sempre, in sostanza, su considerazioni dirette a suscitare e a ravvivare questa ostilità: la separazione delle carriere impedirebbe la formazione di correnti che favoriscono la “politicizzazione” del Consiglio Superiore della Magistratura; i giudici, a differenza di tutti gli altri cittadini, non rispondono mai dei loro errori; il CSM è un organo (parole del Ministro della Giustizia) “paramafioso”. La tattica del governo per il referendum appare dunque quella di indurre gli elettori a votare non già razionalmente, in base a convinzioni seriamente maturate sul merito della riforma, ma - come sul dirsi- “di pancia”: i giudici si comportano male e quindi è giusto approvare una riforma che riduce i loro poteri e li punisce.

Non si può sapere ovviamente se questa tattica elettorale del governo, basata sullo scontro e sull’ostilità verso i magistrati, darà un risultato oppure no. Può anche darsi che, giocando sulla non competenza di gran parte dei cittadini, abbia successo. Ma ci sembra di poter comunque dire che essa appare fuor di luogo e che non fa bene a nessuno.

In primo luogo fa male ai cittadini perché insegna loro a non ragionare e a non riflettere con serietà su cose che pur sono molto importanti. Insegna loro, in particolare, che si può modificare la Costituzione in base a sentimenti viscerali e senza pensarci troppo, dimenticando la cura con cui i nostri Padri Costituenti ne hanno a lungo soppesato ogni parola. Ma abituarsi a decidere su questioni rilevanti senza un’adeguata riflessione incide negativamente sul senso morale ed è di ostacolo alla formazione di una retta coscienza civile.

Poi fa male al governo, perché si tratta di una tattica scorretta: e la scorrettezza di un comportamento si riflette su chi la pone in essere. Un governo dovrebbe invece essere di esempio per i cittadini. Infine (ed è forse la cosa peggiore) fa male allo Stato perché delegittima i giudici e l’intera magistratura. Questa -inutile sottolinearlo - rappresenta non solo uno dei tre poteri dello Stato, ma il pilastro essenziale dell’intera convivenza civile. Delegittimare questo pilastro significa delegittimare l’intera struttura dello Stato e minare questa convivenza. La sfiducia verso la magistratura può facilmente diventare sfiducia verso tutte le pubbliche istituzioni. Il passo è breve. E chi non crede nello Stato difficilmente penserà di doverne rispettare le regole.