di Simona Musco
Il Dubbio, 10 gennaio 2025
Tutti i togati del Csm, ad eccezione dell’indipendente Andrea Mirenda, hanno votato un parere che boccia la separazione delle carriere, definita pericolosa per la magistratura. Ne parliamo con Marcello Basilico, consigliere di Palazzo Bachelet in quota Area.
La magistratura si oppone strenuamente al ddl costituzionale, che minerebbe l’indipendenza della magistratura. Quali sono i rischi principali, a suo avviso?
C’è un rischio di fondo che abbraccia tutti gli aspetti di questa riforma: il rischio di una riduzione degli spazi di autonomia della magistratura. Questo avviene, innanzitutto, perché con il sorteggio i magistrati non potranno più scegliere coloro che ritengono più adatti a tutelare, in Csm, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Sarà la sorte, e non i magistrati stessi, a decidere i componenti del Consiglio superiore. C’è poi l’intervento sull’Alta Corte, che sottrae al Csm - e solo al Csm dei magistrati ordinari - una funzione fondamentale: quella disciplinare. Questa funzione, assieme alle altre, concorre a delineare il profilo di magistrato e a garantire l’autonomia del corpo giudiziario. Infine, questa riforma, separando i corpi della magistratura ordinaria, è destinata, nel medio- lungo termine, a portare il pubblico ministero nell’orbita dell’esecutivo o comunque in una posizione distante dall’autonomia giudiziaria. La relazione illustrativa, pur affermando in linea di principio che l’autonomia del pm non sarà intaccata, non spiega come questa autonomia sarà tutelata in concreto attraverso contrappesi o misure. Inoltre, la creazione di due magistrature ordinarie - quella giudicante e quella inquirente - e di due Csm ridurrà inevitabilmente il peso istituzionale della magistratura tutta, che sarà di fatto dimezzato.
Lo scopo dichiarato della riforma è quello di avere un giudice effettivamente terzo. Secondo le toghe, invece, indebolire la collaborazione significa avere un processo meno equo. In che modo?
Che il giudice non sia imparziale non è dimostrato. Anzi, le critiche piovono sulla magistratura sia quando il giudice assolve troppo, sia quando condanna troppo. I dati ci dicono che in Italia la percentuale di archiviazioni dei procedimenti pendenti nelle Procure è circa del 75%, mentre quella delle assoluzioni al dibattimento è vicina al 50%. Questi numeri indicano un equilibrio tra esercizio dell’azione penale e proscioglimenti. Si dice che con la riforma verrebbe migliorata la qualità della giustizia, ma la relazione illustrativa non spiega in che modo ciò avverrebbe. Al contrario, un pubblico ministero non più parte dell’unico ordine giudiziario, appartenente a una magistratura separata, finirà per sposare sempre più le tesi accusatorie, con minore attenzione alle possibilità di assoluzione degli imputati. Questo cambierà inevitabilmente la cultura del pm, riducendo nel tempo le garanzie per i cittadini che vengono oggi da una figura professionale dedicata alla ricerca della verità processuale.
Il pubblico ministero diventerà un superpoliziotto?
Questo è lo slogan. Tuttavia, di fatto, una delle salvaguardie che oggi abbiamo è proprio la formazione condivisa tra giudici e pubblici ministeri, sia quella iniziale che quella successiva, e la possibilità di confrontarsi in tante sedi sui diritti dell’imputato e sulle diverse prospettive del processo. Questo confronto, insieme alla possibilità dei cambi di funzione che esistono sia nei gradi di merito che in Cassazione, permette al pubblico ministero di coltivare una visione equilibrata del proprio ruolo. Il modello accusatorio tipico del Common Law, come quello britannico o statunitense, che si vorrebbe perseguire, finisce per assegnare al pm obiettivi di risultato - la ricerca della condanna, non più qu` ella della verità - a scapito dei diritti difensivi del cittadino.
In che modo si concretizzerebbe il rischio di un assoggettamento alla politica?
La Costituzione, ad oggi, riserva al pubblico ministero uno statuto parzialmente differenziato. Questa riforma lascia spazi al legislatore, con interventi di legge ordinaria, per ridurre ulteriormente l’autonomia del pm e avvicinarlo al controllo dell’Esecutivo. Già oggi vediamo come il pubblico ministero sia spesso oggetto di critiche quando esercita l’azione penale nei confronti di cittadini di rilievo, oppure quando non la esercita per determinati reati, come avvenuto in alcuni casi di femminicidio. Un pm che non faccia parte di una sola e autorevole categoria di magistrati sarà inevitabilmente più vulnerabile a queste pressioni esterne.
Quali potrebbero essere le conseguenze a lungo termine di questa riforma sulla fiducia dei cittadini nel sistema giudiziario?
Una riforma che si annuncia come migliorativa per la qualità della giustizia, ma che non risolva le sue inefficienze, anzi le accentui, accresce la sfiducia del cittadino nei confronti di chi opera per la giustizia quotidianamente. È di questi giorni il caso dell’informatizzazione annunciata del sistema penale, che di fatto si vuole attuare con un applicativo che non funziona, rallentando il lavoro dei magistrati e causando disagi per i cittadini. Se la giustizia non migliora concretamente, il cittadino finirà per prendersela con i magistrati, alimentando una sfiducia crescente. Interventi normativi che non danno nuovi strumenti operativi, ma perseguono obiettivi politici, allontanano il cittadino dal sistema giudiziario.
Chi vincerà il referendum?
Vincerà il no alla riforma, perché il cittadino ha dimostrato di avere sempre a cuore la difesa della Costituzione.










