di Ludovico Collo
La Repubblica, 31 ottobre 2022
“Il vero tema delle carceri è quello che attraversa tutto il Paese: le diseguaglianze tra Nord e Sud. In un sistema che non funziona a nessun livello, le strutture del Meridione sono sicuramente molto più indietro di quelle del resto d’Italia”.
Sandro Bonvissuto, autore del romanzo “Dentro” (Einaudi), ragiona sulla lettera che il detenuto ha inviato a Repubblica dopo aver letto l’intervista con la quale lo scrittore romano denunciava l’incubo delle carceri italiane. E quello che Bonvissuto raccoglie, è l’ennesima conferma di un sistema “disumano” che penalizza ancora di più i territori, e le persone, fragili.
Bonvissuto, è ancora una “questione meridionale”?
“Non c’è ombra di dubbio, le strutture penitenziarie del Nord sono diverse da quelle del Sud. Il Pagliarelli di Palermo non è Bollate, dove le celle sono aperte e i detenuti usufruiscono di possibilità negate altrove. Ma non per questo le strutture modello sono meglio, perché è l’intero sistema che è disumano. Mi ha molto colpito un passaggio della lettera all’apparenza banale”.
Quale?
“Quando il detenuto scrive che un gin tonic a Palermo si paga 4 euro e a Milano 14. Sembra una cosa di poco conto ma in realtà il carcere nasce dalle diseguaglianze. Ed è sulle diseguaglianze che bisognerebbe lavorare, ma prima che la gente finisca dentro”.
E invece?
“E invece in galera, specie al Sud, c’è un esercito di ragazzini che non hanno alternative: il lavoro non c’è ma l’ossessione per il denaro è ormai dominante. Perché i detenuti crescono sempre? Perché oggi vivere è complicato. E allora che fai per avere il motorino? Rubi, spacci, finisci nelle mani sbagliate”.
E poi in carcere.
“Esatto. Solo che lì, invece di rieducare, non fanno altro che mettere i più fragili in contatto con altro tessuto criminale che continuerà a manipolarli e che li scrittura mentre stanno ancora scontando la pena. Il carcere non serve a niente. Dovrebbe essere il primo problema del Paese”.
In cella si azzerano le differenze di classe? L’autore della lettera è un commercialista...
“Macché. Se sei un professionista hai un buon avvocato, se non sei nessuno ti tocca quello d’ufficio. Il carcere alimenta le diseguaglianze. Le strutture penitenziarie non sono tutte uguali, ma nemmeno i detenuti. Analfabeta, ignorante: eccolo il cliente ideale del carcere. Sono le persone che si azzerano, non le differenze di ceto che invece resistono e segnano la differenza”.
La persona che ci ha scritto dice che si aggrappa alla scrittura per andare avanti...
“Quando sei detenuto il tempo è la pena. Non c’è niente lì dentro che renda le persone migliori”.
Chi ci scrive vuole studiare un sistema che aiuti i detenuti a trovare case in affitto per la pena alternativa...
“Il vero tema è che la gente non deve finire dentro le carceri. Se ci sono così tanti detenuti è perché non c’è prevenzione. E quando tornano fuori, la maggior parte degli ex detenuti viene risucchiata dal crimine. Non hai potuto studiare, non hai potuto trovare un lavoro, sei dentro a un sistema capitalistico incentrato sul danaro. Non hai scampo. Si poteva fare prima. Si doveva fare prima. E invece per avere un’assistente sociale devi finire in cella”.
Cosa bisognerebbe fare?
“Lavorare nei territori, rispondere ai bisogni della gente, creare un mercato del lavoro. Questo si dovrebbe fare. Prima”.
E la politica?
“Il neo ministro della giustizia Nordio ha detto che comincerà il mandato proprio dalla visita a due o tre istituti penitenziari. Nelle sue dichiarazioni ha ricordato come la pena non deve coincidere con il carcere ma debba essere orientata alla rieducazione. Posizioni lungimiranti che mi hanno davvero colpito, ci auguriamo per questo che possa lavorare con la necessaria indipendenza. È un uomo di destra, ma proviene dalla cultura liberale, e si insedia in questo momento dove, al vertice del Dap, trova una figura di alto profilo, ossia Carlo Renoldi, ex magistrato di sorveglianza e profondo conoscitore della realtà carceraria”.










