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di Giuliano Santoro

Il Manifesto, 22 agosto 2025

Esistono sconfitte che contengono, seppure in potenza, risvolti positivi, storie che si evolvono in modo da ribaltare il corso degli eventi. Lo sgombero del Leoncavallo è una vendetta del governo contro un luogo storico dell’opposizione sociale. Ed è inequivocabilmente una sconfitta della quale chiunque, a sinistra, dovrebbe assumersi la sua parte di responsabilità. Ma è anche una delle occasioni propizie per far scattare il contropiede. Sia chiaro: siamo di fronte a un arretramento oggettivo. Ma lo sfratto senza colpo ferire di una casamatta della sinistra sociale merita di essere indagato perché mostra i segni di una riscossa possibile. Per motivi storici, fu proprio da uno sgombero di un altro agosto milanese del 1989 che si dipanò un grande movimento, e per contingenze politiche e sociali. Per comprenderlo è necessaria una sana dose di ottimismo della volontà, ma non solo quella.

Nel 1994, quando si era agli albori del berlusconismo e alle prime vittorie della Lega nelle grandi città del nord, anche allora a colpi di allarmi sicurezza ed egoismi territoriali, le ruspe avevano appena cominciato a demolire la sede originaria di via Leoncavallo. I centri sociali milanesi mostrarono di aver compreso benissimo che la posta in gioco andava ben oltre la resistenza e l’esistenza degli spazi occupati. “Su queste macerie non costruirete niente”, dissero, prefigurando la contraddizione fondativa della città che si avviava a uscire definitivamente dalla dimensione industriale per approdare, dopo il laboratorio degli anni Ottanta, alla centralità del terziario avanzato, dei flussi di capitale e forza lavoro, della rendita immobiliare. Il terreno di lotta, dunque, erano le nuove forme del lavoro, la pianificazione urbana e la liberazione delle energie nelle pieghe della crisi del lavoro salariato.

Nei decenni successivi il Leoncavallo e i suoi fratelli e sorelle a Milano e in tutto il paese hanno spesso vinto la battaglia della sopravvivenza strappando grosse fette di consenso e di riconoscimenti culturali. Ma hanno perduto, anche questa volta non da soli, quella più grande in difesa della città pubblica. Le energie che hanno prodotto non sono servite a liberare la metropoli dalla cappa del profitto. E siccome la storia dei rapporti tra le classi è spesso fatta di paradossi e rivolgimenti, proprio Milano è divenuta il luogo paradigmatico della speculazione neoliberale. Eppure sta ancora tutto lì il nodo, tra spazi da conquistare e tempi di vita da affrancare. Non è una vicenda marginale: è così che funziona oggi la produzione, spalmata sui territori per estrarre valore da ogni forma di cooperazione sociale.

Anche per questo lo sgombero del Leoncavallo è una lettera di minaccia spedita da governo all’indirizzo di chi dissente. Meloni parla di “zone franche” intollerabili ma è sotto gli occhi di tutti, anche dei funzionari della questura, che l’operazione di ieri mattina arriva proprio nei giorni in cui la trattativa per lo spostamento del centro sociale era in corso. Siamo di fronte a una prova di forza contro un soggetto politico dichiarato nemico, non a una forma di ripristino della legalità. Da mesi un movimento vasto e plurale ha saputo coinvolgere ampi settori della società civile e smuovere le opposizioni parlamentari per denunciare la torsione autoritaria impressa dall’esecutivo nel nome della “sicurezza”.

Del resto, non è difficile cogliere le ragioni per le quali la presidente del Consiglio vede i centri sociali come fumo negli occhi: dovete figurarvi questa donna cresciuta coi suoi camerati negli anni in cui le occupazioni attiravano pezzi interi di società e accoglievano migliaia di persone, il tutto mentre la destra postfascista viveva in ghetti accerchiati e minoritari. Al punto che hanno avuto bisogno di salire sul predellino televisivo di Berlusconi per essere cooptati nei palazzi del potere senza passare per alcuna forma di egemonia. Ce ne accorgiamo dai goffi tentativi di costruire una cultura nazionale e con le violente manovre di lottizzazione delle postazioni di potere volte anche a colonizzare l’immaginario.

Milano, lo dimostrano gli eventi degli ultimi mesi, è la città nella quale il centrosinistra in tre lustri di amministrazione troppo spesso non ha arginato lo sfruttamento selvaggio del territorio apparecchiato dalle giunte di destra a uso e consumo di grandi eventi e operazioni speculative. È una città in cui ormai, per fare solo un esempio, neanche un professore associato di università può permettersi un normale affitto. È la città che non può consentirsi di perdere il Leoncavallo e gli altri rifugi dalla cultura del consumo, dalla violenza del privilegio e dalle politiche dello sfruttamento. Una zona franca davvero necessaria, un bosco verticale della resistenza.