di Luigi Manconi
La Stampa, 27 dicembre 2022
Fa certamente bene il vicepremier Matteo S alvini a recarsi a visitare l’Istituto Penale per i minorenni Cesare Beccaria di Milano dal quale, negli scorsi giorni, sono evasi sette giovani. Ma questa iniziativa rischia di apparire grossolanamente strumentale dal momento che nulla di analogo lo stesso Salvini ha compiuto in tre circostanze, almeno altrettanto significative.
La prima: quando nel carcere di Lanciano, pochi giorni fa, si è verificato l’ottantatreesimo suicidio tra i detenuti nel corso del 2022.
La seconda: quando, un mese fa, un poliziotto penitenziario del carcere di Siracusa si è tolto la vita. E va ricordato che sono stati circa cento i suicidi all’interno di quel corpo di polizia nell’arco di dieci anni. La terza: quando, qualche settimana fa, sono stati disposti gli arresti domiciliari per sei agenti della penitenziaria accusati di tortura e lesioni ai danni di un detenuto dell’istituto di pena di Reggio Calabria. L’evasione dal Beccaria è indubbiamente un fatto grave, ma il suo “uso politico” risulta indecente se quella scena di fuga non viene immediatamente ricondotta al contesto generale in cui si ritrovano le vicende appena ricordate.
Ovvero una frequenza di suicidi tra i reclusi che è diciotto volte maggiore di quella che si registra all’interno della popolazione libera. Una condizione di frustrazione assai diffusa tra il personale e gli operatori di polizia che determina un numero di atti di autolesionismo come in nessun altro apparato statuale; una situazione di tensione costante e di violenza latente che ha prodotto un dato molto preoccupante: sono circa duecento i poliziotti penitenziari attualmente indagati, imputati o condannati per condotte di violenza.
Il sistema penitenziario italiano si conferma così una macchina patogena che produce malattia, depressione, psicosi e autolesionismo, dove il 40% dei reclusi assume psicofarmaci e il 25% è composto da tossicodipendenti. Ed è una macchina criminogena, dove la recidiva raggiunge il 68%. Davanti a tutto ciò, condurre una campagna d’ordine sul fatto che, di quei sette giovani evasi, quattro non siano ancora rientrati in cella è semplicemente irresponsabile. Soprattutto, rischia di far ulteriormente degradare una situazione già oggi non sostenibile.
La realtà del carcere è il precipitato ultimo di una condizione fallimentare della giustizia italiana e la cella è il luogo dove si addensano tutte le sperequazioni, le disuguaglianze, le tragedie di una amministrazione del diritto che schiaccia i più deboli e i più deboli tra i deboli. Paradossalmente, la gius tizia minorile è quella che ha recepito per prima alcune delle più innovative istanze di riforma. Nei diciassette istituti penali per minorenni un anno fa erano reclusi 316 giovani, di cui 8 ragazze e 140 stranieri. Meno di mille quelli che si trovavano nelle 637 comunità che ospitano minori. Dunque la scelta fatta è stata quella di privilegiare soluzioni non carcerarie e il ricorso a comunità organizzate secondo un modello familiare, cui collaborano operatori di diverse discipline.
Ciò grazie all’adozione dell’istituto della messa alla prova: ovvero la sospensione del processo e l’affidamento del minore ai servizi della giustizia minorile e, in caso di esito positivo, la pronuncia di estinzione del reato. Una simile prospettiva è tra quelle che andrebbero adottate, prioritariamente, anche in materia di giustizia penale ordinaria. Ma, su questo, dell’intero governo e dell’intera maggioranza, solo il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sembra preoccuparsi. Tutti gli altri, o quasi, sembrano impegnati, piuttosto, nel lanciare allarmi e grida, nel manipolare le emozioni collettive e nel galvanizzare le pulsioni più torve. Matteo Salvini, in questo senso, può vantare un solido primato.
Tallonato dal sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro. Il quale, quando emersero le notizie sulla “orribile mattanza” (parole della procura della Repubblica) nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nell’aprile 2020, ritenne opportuno recarsi sotto l’istituto di pena per portare la propria solidarietà non alle vittime ma ai loro carnefici. Questi “turisti delle macerie”, questi pornografi della violenza sugli inermi oggi trionfalmente al governo, dovrebbero affrontare con serietà la situazione tragica del sistema penitenziario italiano; e di quegli uomini e di quelle donne, di quei ragazzi e di quelle ragazze, e persino di quei bambini (attualmente sono diciotto tra 0 e 3 anni) che vi si trovano, spossessati di tutto, mortificati nella dignità e privi di qualunque tutela.
Incontrino pure, come è doveroso, il provveditore regionale delle carceri (il ruolo del direttore del Beccaria è vacante da anni) e i sindacati di polizia, ma - vi prego - trovino il tempo e l’umiltà per ascoltare Don Gino Rigoldi. E il cappellano di quell’istituto minorile da decenni, conosce quel mondo come nessun altro e ha la saggezza delle persone miti e giuste. Spiegherà loro, con la sua infinita pazienza, che il problema è, sì, quello di evitare che i ragazzi fuggano dal Beccaria ma, soprattutto, quello di fare il possibile e l’impossibile perché non vi finiscano dentro.










