di Stefano Folli
La Repubblica, 1 febbraio 2025
Le strade sono due. La prima è accelerare sulla via della riforma Nordio. Nella seconda lo sbocco potrebbe essere sciogliere il conflitto sul terreno elettorale. È stato un gesto di correttezza istituzionale, ma anche d’intelligenza politica la visita al Quirinale di Giorgia Meloni nel pieno del conflitto con la magistratura sul caso Almasri. Ciò non significa, è ovvio, che l’attacco sferrato ai giudici con toni senza dubbio inusuali abbia ottenuto una sorta di approvazione dal capo dello Stato, che rappresenta anche il vertice del Csm. Sarebbe persino strano immaginarlo: Mattarella si è sempre sforzato, come è logico, di non esasperare i contrasti, soprattutto quando appaiono più che insidiosi, come l’attuale.
Significa tuttavia che la presidente del Consiglio è stata attenta a non rompere gli argini. Si è assunta la responsabilità politica delle sue azioni e delle sue parole, dopo aver messo al corrente Mattarella delle zone d’ombra in cui galleggia la vicenda e degli errori nei quali, a suo avviso, è incorso il procuratore Lo Voi.
Dopodiché è evidente che a palazzo Chigi si considera il caso una sorta di spartiacque politico. Non un incidente da chiudere al più presto e nemmeno da lasciar sfiorire lentamente nel Tribunale dei ministri. In un certo senso, e per quanto sia rischiosa questa linea, l’idea è quella di ridefinire il rapporto tra il governo e quella parte della magistratura - e forse anche degli apparati - che agiscono come fossero soggetti politici. Che sia vero o no, questo è il messaggio brutalmente inviato all’opinione pubblica. Così almeno va interpretata la frase chiave pronunciata dalla premier. Non “la nazione sono io”: affermazione ruvida e certo esagerata che vuole alludere alle elezioni vinte nel ‘22 e al ruolo che ne è derivato. No, la frase chiave è un’altra: “Se i giudici vogliono governare, allora si candidino”.
Significa appunto attribuire ai magistrati (un settore di loro, si suppone) la volontà di prevaricare il potere politico attribuendo a se stessi funzioni e compiti che vanno ben oltre la lettera della Costituzione. Ma a sua volta questa frase di Giorgia Meloni è rivelatrice: se l’attacco subito è più politico che giudiziario, anche la risposta è tutta politica.
E dunque le strade sono soprattutto due. La prima è accelerare sulla via della riforma costituzionale Nordio, il cui punto cruciale - ormai è noto - risiede nella separazione delle carriere. Se consiste in questo la replica ai magistrati politicizzati, o supposti tali nell’ottica di palazzo Chigi, dobbiamo attenderci mesi di conflitti ancora più esasperati. Il caso del libico torturatore, rimandato in Libia sulla base di una ragion di Stato che molti non accettano come spiegazione, potrebbe essere solo l’inizio di quel che verrà; potrebbe essere la pistola di Sarajevo anticipatrice di uno scontro assai più ampio. Da quel che vediamo, la premier lo mette in conto e non ha intenzione di ritrarsi.
Ma c’è poi la seconda via. Se i magistrati (una parte di loro) sono accusati di far politica “senza volersi candidare”, lo sbocco potrebbe essere proprio questo: sciogliere il conflitto sul terreno elettorale. Il chiarimento con giudici e procuratori avverrebbe nelle urne. Da una parte il centrodestra, che su questo terreno è senz’altro unito. Dall’altra non direttamente i magistrati, è logico, bensì lo schieramento che li sostiene. Ossia il centrosinistra nelle sue varie anime, di sicuro non altrettanto unite nella difesa della magistratura di quanto sia la destra nel contrapporvisi.
Nei fatti la riforma Nordio, unita alla minaccia di elezioni anticipate, potrebbe creare una pressione davvero potente nei confronti dell’opposizione. Ciò nel momento in cui, a quanto pare, la polemica su Almasri ha provocato un aumento - forse solo temporaneo - della popolarità della presidente del Consiglio. Sappiamo che le Camere le dissolve il capo dello Stato. Ma è anche vero che senza Fratelli d’Italia non c’è governo possibile nella legislatura.











