di Luigi Manconi e Federica Delogu
La Repubblica, 11 gennaio 2026
La Polizia penitenziaria avvierà una sperimentazione di sei mesi. Antigone: “Miopia che trasforma i penitenziari in luoghi violenti”. L’anno è iniziato da poco più di una settimana e il numero dei suicidi in carcere conta già il primo caso. Gli istituti scoppiano, la tensione aumenta, le feste appena trascorse hanno reso le giornate ancora più vuote e il tempo ancora più senza fine. La circolare è di prima di Natale, ma la notizia è arrivata solo nei giorni scorsi: la polizia penitenziaria avvierà una sperimentazione per l’utilizzo nelle carceri dello spray urticante, comunemente chiamato spray al peperoncino, per fronteggiare situazioni di pericolo, come aggressioni al personale. Lo si legge sui siti della Polizia penitenziaria e nelle dichiarazioni di Donato Capece, segretario del Sappe, sindacato autonomo degli agenti. Una sperimentazione di sei mesi, al termine della quale una commissione valuterà effetti ed efficacia dello spray, la cui vendita è liberalizzata da una quindicina d’anni anche per i privati cittadini.
La sperimentazione per gli agenti in Italia era iniziata nel 2014 e aveva interessato polizia di Stato e carabinieri a Roma, Milano e Napoli, per poi estendersi, dal 2016 al 2020, alla Polizia locale di numerose altre città. L’autorizzazione per la Polizia penitenziaria arriva con la circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) del 22 dicembre scorso, sulla base dello stesso decreto ministeriale 103 del 2011 che ne ha liberalizzato vendita e dotazione alle forze di polizia e in cui il ministero dell’Interno, di concerto con il ministero della Salute, ne chiarisce caratteristiche tecniche e modalità di utilizzo.
Secondo i due ministeri non si tratta di un’arma, ma di uno strumento di difesa in grado di provocare un intenso bruciore nella zona colpita, lacrimazione, difficoltà respiratorie e temporanea cecità, oltre a un generale disorientamento che consente la fuga della persona aggredita o la neutralizzazione dell’aggressore. Si tratta di una soluzione a base naturale, composta da Oleoresium Capsicum, una sostanza particolarmente irritante. Gli effetti, immediati e particolarmente forti, spariscono nell’arco di 30/45 minuti. In carcere è prevista inoltre la gestione post-intervento, ossia la fase di “decontaminazione e soccorso”, con spray a base di soluzione fisiologica che servono a ridurre gli effetti della sostanza irritante una volta adoperata.
Lo spray, la cui vendita è vietata ai minori di sedici anni, per essere a norma deve contenere un massimo di 20 ml di miscela, essere privo di sostanze infiammabili, corrosive, tossiche o cancerogene, non avere una gittata superiore ai 3 metri (proprio perché da utilizzarsi come strumento di difesa quando fosse impossibile la fuga) e deve essere dotato di un sistema di sicurezza che ne esclude l’attivazione accidentale.
Il provvedimento del Capo Dipartimento specifica che la sperimentazione avviene una volta constatato “il significativo incremento degli eventi critici e delle aggressioni nei confronti del personale”, e considerata la necessità di introdurre strumenti di difesa “idonei, proporzionati e non letali” in un “bilanciamento tra esigenze di sicurezza, tutela dell’incolumità del personale e salvaguardia dei diritti fondamentali delle persone detenute”.
Allo stesso tempo però la sperimentazione non può che sollevare diversi dubbi a proposito dell’utilizzo in contesto carcerario. Innanzitutto, si legge nello stesso protocollo che “se ne sconsiglia l’uso in ambienti chiusi” e “in tali contesti, è necessaria un’attenta valutazione dei rischi di contaminazione di terze persone e auto-contaminazione”. E quale ambiente è più chiuso di un carcere? Anche andando a vedere la scheda sinottica pubblicata sulla stessa pagina dalla Polizia penitenziaria si evidenziano i luoghi in cui lo spray potrà essere utilizzato: camere di pernottamento (leggi: celle) e aree detentive, corridoi e spazi interni ai reparti, aree di permanenza all’aria aperta, spazi per attività lavorative e trattamentali e durante il trasporto dei detenuti.
Come purtroppo hanno reso evidente tragici fatti di cronaca, l’utilizzo in luoghi particolarmente affollati dello spray ha in alcuni casi provocato situazioni di panico e di fuga precipitosa. Reazioni che, in un luogo come il carcere, per definizione privo di vie di fuga, e che non rende possibile il solo affacciarsi alle finestre o far areare adeguatamente gli spazi, potrebbe generare situazioni di particolare stress o tensione.
Secondo il Sappe, il sindacato di polizia, si tratta di una buona notizia (“questa sperimentazione va nella giusta direzione” scrive nel suo comunicato) ma non basta: “Piuttosto che niente, piuttosto” è il commento. A questo punto il sempiterno segretario generale del Sappe non si trattiene più e, incapace di contenersi, snocciola: si potrebbe ricorrere a “strumenti come il Flash Ball o il Bola Wrap. Il Flash Ball, usato dalla polizia francese, spara proiettili di gomma morbida da 44 mm a bassa energia per ridurre il rischio di lesioni gravi ed esercita una forza simile a un pugno medio. Il Bola Wrap lancia un laccio in Kevlar lungo 2,5 metri con ancore che si avvolgono rapidamente attorno al soggetto, limitandone i movimenti. In alcune città italiane è già in dotazione alla polizia locale con risultati positivi”.
Tutti strumenti “non violenti” secondo il segretario del Sappe, ma che, a nostro avviso, rischiano in realtà di acuire una tensione già altissima all’interno degli istituti di pena, stipati di reclusi spesso costretti ad attendere settimane o mesi anche solo per accedere alle visite mediche esterne, che vivono in condizioni precarie e si sentono dimenticati. Lo ribadisce anche Patrizio Gonnella, segretario di Antigone, secondo cui “trasformare il carcere in un luogo di conflitto è un enorme errore politico, sociale, culturale. È miopia che produrrà solo guai. In carcere non devono girare armi o strumenti potenzialmente pericolosi. Non lo si è fatto neanche nei cosiddetti anni di piombo”.









