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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 7 luglio 2026

La storia della Toscana, dove l’amministrazione penitenziaria invita a far dormire per terra i detenuti in eccesso, è l’apoteosi di una violazione aperta e quotidiana della Costituzione, delle norme europee e delle proprie. Nel carcere, dove entra chi si ritiene abbia infranto la legge, la legge non viene rispettata. E a infrangerla, nei casi di cui parliamo, non sono i detenuti né gli agenti penitenziari né chiunque per lavoro varchi la soglia di una prigione. Nelle carceri toscane, dove il provveditorato ha deciso che in caso di sovraffollamento estremo si possono far dormire i detenuti per terra, a non rispettare la legge è lo Stato. Con le sue ramificazioni. Lo stesso Stato che aveva scritto, con una circolare ministeriale, la regola sulla capienza delle celle e poi ne aveva recepito un aggiornamento imposto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo: l’Italia, come tutti i paesi europei, avrebbe dovuto garantire a ogni detenuto almeno 3 metri quadrati di spazio. Altrimenti lo Stato sarà in debito con lui, come sta effettivamente accadendo molto spesso.

La vicenda delle carceri toscane, sollevata dal sindacato di Polizia penitenziaria Uil FP, è particolarmente emblematica. Perché contiene quella che a più addetti ai lavori pare una violazione dei diritti umani dei detenuti. L’antefatto: la procura di Firenze ha chiesto il sequestro di alcuni reparti del carcere locale, quello di Sollicciano, perché in condizioni fatiscenti. E quindi non a norma. Dopo quel provvedimento, 240 detenuti sono stati trasferiti. Conseguenza: tutte le altre carceri della regione sono sovraffollate e alcuni direttori avevano iniziato a rifiutarsi di accogliere nuovi detenuti perché non c’è posto.

Il provveditorato a quel punto ha pensato a una soluzione. Quale? Riportiamo testualmente uno stralcio del provvedimento: “Codeste direzioni (i direttori dei penitenziari toscani, ndr) utilizzeranno tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite (..) e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema, per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra”. Quindi: la legge italiana e una sentenza della Corte dei diritti dell’uomo stabiliscono una regola. Lo Stato la infrange e incita a infrangerla, seppure “in maniera assolutamente provvisoria”. E mette l’infrazione nero su bianco. Non era mai successo: “È capitato qualche volta di sapere che detenuti dormissero a terra per il sovraffollamento - spiega a HuffPost Gennarino De Fazio, segretario della UilPa Polizia penitenziaria - ma mai che fosse codificato dall’amministrazione come è accaduto in Toscana”. Avvocati che seguono il dossier concordano: le cronache di tanto in tanto raccontano di detenuti che dormono a terra, nel 2025 è successo addirittura in un carcere minorile. Ma mai su decisione dell’amministrazione penitenziaria. 

Mentre i sindacati degli agenti penitenziari che hanno sollevato l’allarme chiedono di essere convocati, dal ministero della Giustizia non arriva alcun cenno. Nessun commento ufficiale neanche dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dai corridoi del dipartimento però trapela un certo imbarazzo. E un’indicazione: “Non sarà questa la prassi, è un’extrema ratio”. Ma si tratta di un’extrema ratio che sospende dei diritti fondamentali. 

C’è una frase di Valerio Onida, compianto costituzionalista, attento studioso e sensibile come pochi ai diritti dei detenuti, che in queste ore è più attuale che mai. Onida diceva: “Nulla come la condizione carceraria evoca l’esigenza e la necessità di assicurare la piena legalità. Non solo l’imperio della legge non si ferma alle porte del carcere, ma, al contrario, dietro quelle porte la legge si impone più che mai”. Il carcere, spiegava il presidente emerito della Corte costituzionale, doveva essere “il luogo della legalità”. Ricorda perfettamente quelle parole e le cita Marco Ruotolo, professore di diritto costituzionale e direttore del master in diritto Penitenziario e Costituzione dell’Università Roma Tre. “La legalità - dice a HuffPost - deve essere la prima condizione in un carcere. Se viene meno quella, viene meno tutto”. In carcere, aggiunge il professore, si verifica in maniera ricorrente “una negazione pratica dei principi costituzionali, per azioni o mancate azioni dell’amministrazione penitenziaria, che non rendono effettivo il diritto a una pena non disumana. Mettere in discussione la dignità delle persone non è tollerabile né giustificabile. Lo Stato deve garantire la legalità e deve prenderne atto”. E invertire la rotta. Come? “Introducendo il numero chiuso - conclude Ruotolo - oppure il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena, quando le condizioni del carcere non siano dignitose, applicando comunque la detenzione domiciliare per i condannati più pericolosi”. Su quest’ultima idea, che arriva da avvocati e giudici toscani, in autunno si pronuncerà la Corte costituzionale. Che potrebbe dare il via a una piccola grande rivoluzione.