a cura di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 8 agosto 2024
Il 18 luglio il direttivo della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha incontrato per la seconda volta online il Capo del DAP, Giovanni Russo. All’inizio dell’incontro è stata ribadita la concezione del ruolo del Volontariato nell’ambito della Giustizia a cui la Conferenza tutta si ispira. Il ruolo del Volontariato nell’ambito della Giustizia è per noi quello di promuovere il confronto, di condividere proposte innovative, di essere una realtà credibile, competente, pronta a dare il suo apporto in tutti gli ambiti della vita detentiva e dei percorsi rieducativi. Ma è un ruolo che richiede autonomia rispetto all’amministrazione penitenziaria, che significa capacità di confrontarsi e dialogare alla pari e coinvolgimento su tutte le questioni che hanno a che fare con l’esecuzione della pena e il reinserimento, nella consapevolezza che il volontariato in carcere presenta innegabili aspetti di complessità, legati in particolare al tema della sicurezza, che non possono comunque diventare un alibi per l’immobilismo.
La circolare sulla media sicurezza
Al Capo del DAP, Giovanni Russo, abbiamo chiesto di iniziare il confronto dai temi “caldi” di questa difficile estate, a partire dalla necessità di una riflessione a proposito della circolare sulla media sicurezza, che parla molto del ruolo del Volontariato, ma per ora si è tradotta nella chiusura di troppe sezioni, nessun ampliamento degli orari delle attività, nessuna formazione specifica riguardante il trattamento dei detenuti collocati nelle sezioni ex art. 32.
Secondo la CNVG è proprio dal regime di chiusura di molte sezioni che nascono i più grandi conflitti, le insofferenze, la rabbia, le rivolte anche, di questi giorni. Tra l’altro, molti detenuti fanno notare che prima nelle sezioni aperte c'era anche, rispetto al tema dei suicidi, un modo un po’ di guardarsi, di sostenersi a vicenda e una piccola forma di responsabilizzazione che oggi non c'è più là dove è avvenuta questa chiusura, che ha complicato le cose invece che renderle più semplici.
L’obiezione di Giovanni Russo all'ipotesi di consentire un regime di apertura delle camere detentive anche indipendentemente dall'esistenza di attività comuni laboratoriali e formative è che “la realtà della Casa di reclusione di Padova e altre realtà simili forse sarebbero in grado di assorbire e di gestire bene una situazione del genere, però ci sono altri istituti dove questo può determinare una condizione di prevaricazione di detenuti più forti sui più deboli”.
Secondo la CNVG per anni le sezioni erano aperte e la conflittualità non ci risulta fosse più alta, non ci pare che il problema siano le possibili prevaricazioni, tanto più che sono state chiuse delle sezioni “sulla carta” e non perché c'erano elementi particolarmente violenti o situazioni a rischio, perché per quello c'è già la sezione ex articolo 32.
Forse le questioni disciplinari dovrebbero essere affrontate in modo diverso, nuovo, perché attualmente vengono affrontate con trasferimenti per motivi di sicurezza, rapporti disciplinari, perdita della liberazione anticipata, e anche questo noi riteniamo che non sia un modo efficace.
E a proposito dei conflitti varrebbe la pena provare ad affrontarli, per esempio, con gli strumenti della giustizia riparativa. La mediazione quando c'è un conflitto in carcere sarebbe strumento molto migliore degli strumenti che si usano adesso, con una logica per cui invece che trovare una soluzione al conflitto si tende ad esasperarlo. Potrebbero a tal fine essere coinvolti mediatori dei Centri per la mediazione presenti in molte città, che sono figure terze rispetto all’Amministrazione penitenziaria.
Quello che si può fare per prevenire i suicidi
Una delle poche forme di prevenzione dei suicidi è che dovrebbero essere ampliate al massimo le misure che hanno a che fare con gli affetti, quindi rafforzare il più possibile tutto quello che costituisce i rapporti con le famiglie, vale a dire telefonare e colloqui.
Le due telefonate in più al mese di cui parla il decreto “Carcere sicuro” secondo la CNVG non sono quello che basta, ma il Capo del DAP ha sostenuto che “oltre alle quattro telefonate che diventano sei il direttore può concedere un numero illimitato di telefonate.
C’è il richiamo all'articolo 39 che equipara totalmente la disposizione in materia di colloqui telefonici con i colloqui di persona. E nella disposizione relativa ai colloqui di persona era già prevista la possibilità per il direttore di autorizzare colloqui senza alcun limite”.
Al nostro invito a dare con una circolare disposizioni chiare invitando i direttori ad estendere al massimo le telefonate, Giovanni Russo ha risposto: “Lo faremo senz'altro anche nel corso di una riunione nei prossimi giorni che organizzeremo verso i direttori. Ricordo che già nell'imminenza del periodo estivo abbiamo fatto una nota per i direttori invitandoli ad assicurare un'attenzione particolare ai colloqui di persona, quindi invitando a garantire soprattutto in questo periodo una maggiore ampiezza nella possibilità di rinvigorire questi rapporti relazionali. E già i direttori automaticamente attraverso questa parificazione normativa potrebbero interpretare questa nota anche per le telefonate, ma sarà nostra cura di precisare, specificamente in dettaglio, l'impegno in questa occasione ulteriore per ampliare il numero delle telefonate”.
Le circolari sulle Best Practices
Una trattazione particolare meritano, secondo la CNVG, le circolari sulle Best Practices, che per le associazioni dovrebbero significare che le buone pratiche realizzate in un carcere vengano estese se possibile agli altri istituti, quindi le situazioni più avanzate farebbero da traino a quelle dove invece è tutto difficile, tutto è rallentato in modo esasperato dalla burocrazia. Ma queste circolari vengono spesso interpretate negli Istituti come una limitazione e un controllo sui contenuti delle attività proposte dal Volontariato.
Giovanni Russo ha chiarito in modo inequivocabile la questione delle Best Practices, che “costituiscono un'attività ricognitiva. È stata molto confusa questa mia circolare perché alcuni istituti, in qualche caso anche quello di Padova, hanno inteso come se l'avvio di un progetto, di un'iniziativa abbisognasse di un'autorizzazione o di un nullaosta del DAP, cosa che non è. E quindi la best practice è quando io ho insistito sul fatto che voglio esserne messo a conoscenza fin da quando nasce l'idea, è una comunicazione che il direttore del carcere fa al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Cosa diversa invece è la stipula delle convenzioni dalle quali possono derivare oneri anche solo organizzativi o anche obblighi di fare non economici per l'amministrazione penitenziaria, in quel caso il DAP ha stabilito che debba dare un nullaosta. Per il resto nelle Best Practices viene suggerito ad altri istituti, diversi da quelli dove sono realizzate, di immaginare attività dello stesso tipo quindi questo già avviene normalmente”.
Il Volontariato e il rapporto con i direttori
Uno dei temi proposti per il confronto proprio dal DAP è, secondo quanto spiegato da Giovanni Russo, un approfondimento su “come devono agire i direttori, in questa nostra visione di vicinanza maggiore alla popolazione detenuta oltre che agli operatori, non solo i nostri ma anche quelli volontari. Però proprio per questo vogliamo sapere le eventuali difficoltà che incontrano il Volontariato e il Terzo Settore, ci può essere utile in senso critico ad alimentare una nostra riflessione… Anche perché io, avendo registrato quest’anno un aumento delle iniziative, delle attività e delle presenze della società esterna, immaginavo che ci fossero porte aperte, spalancate ai volontari e al Terzo Settore”.
Per la CNVG il rapporto con i direttori significa anche che il Volontariato possa partecipare alla elaborazione del Progetto di istituto e che il suo ruolo sia riconosciuto e rafforzato, non subito con fastidio.
Il Capo del DAP ha chiesto che gli siano segnalati i casi riguardanti carceri in cui c’è l’impossibilità di mettere a disposizione personale di Polizia penitenziaria in ore pomeridiane o in determinate giornate, in modo che vengano suggerite caldamente ai direttori forme alternative di organizzazione, anche “invitando i direttori stessi a prendersi qualche rischio in più. Perché un periodo di attività lavorativa laboratoriale, ma anche solo di scambio di idee, di dialogo in più con soggetti che abbiano una consolidata esperienza e quindi presentino una affidabilità indiscussa, per me vale di più del rischio del passaggio di una pennetta, che comunque è un fenomeno che ci troviamo a contrastare, quindi non voglio certo incentivare traffici illeciti negli istituti ma metto in conto che ci sia questo rischio, altrimenti non dovremmo far entrare estranei, non dovremmo far entrare i medici gli infermieri i ministri di culto… Quindi sarebbe proprio l'antitesi dell'apertura alla società”.
Quanto invece alle attività giornalistiche, nonostante il Capo del DAP abbia sostenuto di aver dato in un anno e mezzo solo 2 o 3 pareri contrari su un migliaio di domande di ingresso, il Volontariato ha segnalato che il rallentamento di tutto quello che riguarda l'ingresso della società civile, che siano giornalisti o che siano ospiti, che sia la presentazione di un libro o altro è diventato la norma. Tra gli altri suggerimenti, c’è quello che, nel rapporto con i direttori, è bene che gli stessi direttori vengano richiamati alla trasparenza degli atti che regolamentano la vita interna del carcere, questo è un fatto semplice, importante, che non costa nulla.
Gli orari e gli spazi che non permettono il coinvolgimento vero delle persone detenute
Il Volontariato chiede che le persone nella loro vita detentiva abbiano più possibilità di stare in spazi aperti. Sappiamo che le carceri hanno pochissimi spazi per le attività e quindi solo se si ampliassero gli orari delle attività le associazioni potrebbero recuperare anche un volontariato qualificato e potrebbero fare più attività senza ostacolarsi a vicenda, cosa che succede regolarmente ed è spiacevole, perché poi un direttore è costretto a dire che l'università è più importante di un’altra attività, che questa attività a sua volta è più importante di un'altra, ma la realtà è che ci sono pochi spazi, orari ridotti e si possono coinvolgere nelle attività davvero poche persone.
Secondo il Capo del DAP, non è tanto un problema di spazi, quanto il problema dell'ampliamento dell'orario e la difficoltà di reperire personale a tal fine: “Noi abbiamo un personale che per un terzo in media è assente per ragioni sanitarie, di malattia o di ferie e su una pianta organica che è scoperta di circa 6000 7000 unità rispetto ad una platea di detenuti che richiederebbe 18.000 unità di Polizia penitenziaria in più. Quindi non è una cattiva volontà dell'Amministrazione non far entrare, anche se capisco che è frustrante raccogliere le disponibilità e la generosità di chi dedicherebbe alle persone detenute la cosa più preziosa, il tempo personale, però su questo io non me la sento di prendere impegni fino a che non vedrò rimpolpato l'organico. Però almeno abbiamo riempito per la prima volta nella storia moderna dell'esecuzione della pena la pianta organica degli educatori, abbiamo 1089/10 99 funzionari giuridico-pedagogici”.
Una formazione congiunta, che metta a confronto sguardi diversi
Per quel che riguarda la formazione, il Volontariato ha segnalato che un’altra buona prassi, quella per cui da anni la scuola di formazione della Polizia penitenziaria di Parma invitava il Volontariato a svolgere delle ore gratuite di formazione ai giovani assistenti pronti all'ingresso in carcere, cosa che creava un clima di scambio, aperto e leale con questi giovani poliziotti, e permetteva di accogliere anche da parte loro obiezioni e diffidenze e mettersi a confronto in una maniera adulta, quest'anno, con la riduzione degli orari di formazione, non è stata possibile, ma vogliamo ribadire che il Volontariato ha bisogno di rapporti onesti e franchi con la Polizia penitenziaria, che per noi sono basilari, per cui è fondamentale una formazione congiunta, che mette insieme sguardi diversi, perché la formazione, anche fosse perfetta nei contenuti, della Polizia penitenziaria o di altri operatori penitenziari, fatta separatamente non serve a niente.
Giovanni Russo a sua volta ha sottolineato le difficoltà legate alla formazione del personale: “Purtroppo abbiamo dovuto ridurre, e spero che si inverta poi nel prosieguo questa tendenza, anche altri tipi di lezioni, di insegnamenti, di discipline, ovviamente però ignoravo che siano stati esclusi questi incontri col Volontariato, era importante mantenerli almeno a livello simbolico, anche poche ore, proprio per legittimare una presenza, riconosciuta, validata e promossa dalle istituzioni e dall'amministrazione penitenziaria, del Volontariato in quella sede. Su questo vediamo come rafforzare ancora questa buona pratica, per esempio a Bollate è stato positivo il lavoro fatto sulla mediazione dei conflitti non solo con le detenute, ma anche con la Polizia penitenziaria. Ci sono stati dei risultati eccellenti riconosciuti anche dal direttore e dagli educatori, quindi ci sono delle possibilità di collaborazioni notevoli”.
La richiesta avanzata dal Capo del DAP alla CNVG è stata di favorire una visione, una conoscenza, una rappresentazione strutturata delle buone prassi messe in atto in diversi istituti dal Volontariato, delle schede su queste buone prassi da condividere proprio per portarle a modello di formazione.
Utilizzare gli strumenti che fornisce la giustizia riparativa
Un tema che sta a cuore al Volontariato è quello della giustizia riparativa applicata però anche alla vita in carcere, è un tema particolarmente importante rispetto ai percorsi di rieducazione delle persone detenute.
Il progetto A scuola di libertà per esempio è molto centrato su questi temi, a tutte le attività che la CNVG organizza online con le scuole italiane partecipano molto spesso autori di reato e vittime ed è un percorso molto importante, per cui si chiede che il DAP supporti questo progetto.
Il Capo del DAP ha affermato di sostenere con forza il progetto, ma ha anche chiesto cosa può fare il DAP per promuoverlo.
La nostra risposta è stata di poter utilizzare di più uno strumento come la videoconferenza, coinvolgendo anche in questi incontri le scuole in carcere, che potrebbero avere un ruolo, cioè non essere soltanto rinchiuse negli istituti, ma aprirsi sperimentando un'apertura maggiore anche in istituti che hanno difficoltà a proiettarsi verso l'esterno. Lo strumento della videoconferenza dovrebbe diventare di uso comune in queste situazioni perché permette tante esperienze importanti.
L’idea è stata accolta con grande interesse dal Capo del DAP: “Per me è un'idea buona e innovativa, utilizzare la videoconferenza per consentire agli studenti in carcere di confrontarsi o di partecipare a distanza a una conferenza, che potrebbe essere anche un evento della società come la presentazione di un libro, un film quello che sia, dove venga ammessa anche la partecipazione da remoto di una comunità che “incidentalmente” è una comunità detentiva”.
Il problema, secondo il Volontariato, è superare le difficoltà e le diffidenze a usare strumenti tecnologici, anche i più semplici come il registratore e le videoconferenze, questa sì che dovrebbe diventare una buona pratica in tutti gli Istituti.
Usando questi strumenti, un altro ambito di intervento significativo del Volontariato è quello della sensibilizzazione e dell’informazione, temi cruciali oggi, perché serve davvero un cambiamento culturale forte nella società per vincere l’illusione che pene più dure e tanta galera creino più sicurezza. La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia propone in tal senso un rafforzamento dell’attività di sensibilizzazione del mondo della scuola con il progetto A scuola di libertà, e promuove a ottobre nel carcere di Opera il Terzo Festival della Comunicazione sulle pene e sul carcere.
Una riflessione finale sul tema al centro delle attività del Volontariato, gli affetti
Si è detto di quanto è importante aumentare le telefonate, i colloqui coi famigliari, i colloqui anche con terze persone: bisogna stimolare i direttori ad aprire al massimo queste opportunità, perché per esempio i colloqui con terze persone sono fondamentali se un detenuto non ha relazioni affettive o ha la famiglia lontana, ma può avere un amico, un cugino, una persona vicina, che dovrebbero essere autorizzati quasi automaticamente, come in altri Paesi. Sempre riguardo agli affetti, dopo la sentenza della Corte Costituzionale il Volontariato ha chiesto più volte di essere coinvolto, perché da anni porta avanti la battaglia per i colloqui intimi.
La sentenza della Corte Costituzionale parla di una desertificazione affettiva in carcere, per questo è importante avere notizie del tavolo istituzionale, istituito per attuare la sentenza 10/2024. Questa la risposta di Giovanni Russo alla richiesta di notizie da parte della CNVG: “I lavori del tavolo sono appannaggio di chi partecipa, ma ho già assicurato che noi prima di procedere a qualunque definizione organizzativa contiamo di raccogliere l’esperienza che avete maturato nel tempo, contiamo di interloquire con il Volontariato, con le associazioni. Ne ho parlato personalmente con il vice capo del Dipartimento che mi ha assicurato che è già stato programmato un contatto con voi. Non so in quale forma, se sia un'audizione, vi invito a venire in delegazione in modo che vi possiate confrontare de visu anche con gli altri partecipanti e fare in modo che sia una interlocuzione vera, non monodirezionale, su questo però non posso anticipare lo stato delle riflessioni che sono in corso”.
L’incontro si è chiuso con l’impegno di fare un'agenda dei prossimi incontri più regolare, con una cadenza bimestrale, con la facoltà per la CNVG in prossimità della scadenza del bimestre di sollecitare l’incontro.
*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti











