di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 16 marzo 2020
Quando ti trovi d'accordo con la maggioranza, è il momento di fermarti a riflettere. In questi giorni di peste, nei quali in molti (e per tanti) si trovano a fare i salti mortali per salvare vite umane, qualcuno riflette sui diversi modelli che i Paesi sin qui toccati maggiormente dalla pandemia stanno utilizzando per affrontare la crisi.
È già stato scritto, con grande efficacia (Roberto Buffagni, Epidemia coronavirus: due approcci strategici a confronto, in italiaeilmondo.com, 14 marzo) che "la scelta dello stile strategico di gestione è squisitamente politica".
Così, accanto a Paesi che adottano la linea dell'immunità di gregge (Regno Unito, Germania, in parte la Francia), altri, come l'Italia, hanno scelto di fronteggiare il contagio con provvedimenti emergenziali, condizionati dal quotidiano e da mille lacune e aporie (sulla vacuità dei testi e sulla loro natura di "atti sconosciuti alla Costituzione" non ha usato mezzi termini Marco Plutino, sulle pagine de Il Riformista del 14 marzo).
Non è certo la prima volta che aspetti afferenti a diritti fondamentali vengono "regolati" con lo strumento adottato a più riprese in questi giorni (si pensi, tra gli altri, al DPCM 1 aprile 2008, con il quale si dispose il trasferimento della sanità penitenziaria al SSN), ma quel che viene in gioco oggi, a quanto si vede, affonda su un terreno che non solo si rivela più veloce (il virus muta) dello strumento normativo, ma soprattutto ha a che fare con nuove dinamiche sociali.
La ragione, una delle tante (ma probabilmente la principale) riposa nei difetti strutturali politico istituzionali italiani, vieppiù accentuati da una situazione che fa i conti con un governo di minoranza, di convenienza. Salvo errori, le prime riflessioni sui rischi che la risposta governativa determina rispetto a nuove regolazioni dei rapporti sociali li ha posti Giorgio Aganben, che sul Il Manifesto del 26 febbraio (certo, prima dell'acuirsi della pandemia) metteva in guardia sulla circostanza che "la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo".
Ovviamente, in un contesto come quello attuale, già aggravatosi rispetto al momento dell'intervento citato, risulta difficile l'utilizzo di una informazione e partecipazione corretta, contando su di un'emancipazione delle persone e sulla loro responsabilizzazione, piuttosto che su una logica incapacitante. Molto più facile l'invocazione al bene comune, allo spirito italico, al ce la faremo.
Chi scrive non ha le conoscenze mediche e/o sociologiche per misurare l'efficacia delle politiche governative rispetto al tema grande che costringe ognuno di noi in un quotidiano sfalsato dalla vita vera; da giurista, ci si limiterà a tratteggiare aspetti che preoccupano (ancor più) per il futuro che per il presente.
È già stato scritto (Massimo De Carolis, La minaccia del contagio, quodlibet.it, 11 marzo): "al momento, l'obbedienza alle regole è rafforzata dalla riprovazione sociale che colpisce con severità i trasgressori".
Così si assiste (ahimè), a ripetute comunicazioni "di servizio" da parte di avvocati che offrono (strampalate, e deontologicamente censurabili) consulenze online rispetto alle denunce per l'art.650 c.p., per tacere di chi manifesta la sua indisponibilità alla difesa, per la riprovazione sociale che la trasgressione dovrebbe assumere agli occhi dei più.
Ancora; qualche amministratore locale, prendendo ad esempio altre logiche incapacitanti (il TSO), firma ordinanze con le quali impone quarantene e ricorda efficaci mezzi adottati da altri Paesi (la fucilazione!). Per fortuna c'è chi (Pietro Ignazi, Poteri dello Stato e libertà personale. La democrazia alla prova del virus, La Repubblica, 15 marzo) ci ricorda che "la via cinese, invocata e applicata, ha un corollario che gli esperti trascurano: è stata adottata in un sistema totalitario, in cui l'individuo non vale nulla rispetto al potere, e non in uno stato di diritto dove, oltre al bene primario della salute, vanno salvaguardate anche le libertà individuali".
Sorprendersi, sarebbe ipocrita; non è passato che qualche mese da quando l'altra emergenza (oggi scomparsa dal radar, insieme ai sui cantori - momentaneamente al palo) veniva affrontata con le "zone rosse", dove la logica del sospetto impediva a devianti (supposti tali) di entrare nel cuore delle città, relegandoli ai confini del regno.
Così, nel mentre col calar della sera quel che resta del giorno son strade deserte e balconi plaudenti allo spirito italico, la primavera arriva con un coprifuoco sociale, economico, politico. Occorrerà fare grande attenzione, poiché la delega in bianco a risolver problemi, in un Paese come il nostro, rischia di cedere il passo in un attimo alla compromissione di diritti fondamentali (nel mondo del lavoro, del diritto, della coesione sociale).
Alla quarantena e al panottico; alla biopolitca foucaultiana. Infine, per quel che ci compete, che conosciamo meglio, il carcere, ancora poche parole. Nessuno piange morti senza nomi, quelli che in rivolte senza speranza e senza obiettivi, se non quelli di rendere visibile un mondo oscuro, saranno avvolti in lenzuoli e dimenticati per sempre.
Nessuno che si chieda perché è accaduto; nessuno che vada a vedere (del resto, del carcere poco importa alle persone per bene. Non il capo del DAP, le cui linee guida al momento del suo insediamento parlavano chiaro; tutto intra moenia. Non il Ministro, nella sua imbarazzante pochezza giuridica, nella sua siderale distanza dai problemi chiamato a risolvere (o almeno a conoscere), nella sua ossessiva ricerca di consenso per sé ed il suo movimento esangue, concentrato a separare i buoni dai cattivi. Inutile aspettarsi un revirement; la linea di displuvio da tempo è superata, come si sa. L'unica cosa, sarebbe farsi da parte, ma non accadrà mai.
Nessuno glielo chiede, nessuno saprebbe che dire o che fare. Cosi i buoni stiano a casa, confidando nella soluzione dei problemi; nel frattempo, mentre teniamo corpi lontani e bocche chiuse, altri ne teniamo ammassati (con dolo, non per colpa, sempre che il Ministro conosca la differenza), chiusi, senza alcun ascolto a chi chiede misure ragionevoli, eque, veloci.
La Politica sbanda, il Paese affonda, il Popolo si affaccia ai balconi; qualcuno legge e riflette, altri scoprono forme di condivisione sociale in remoto, e batton le mani. Il rischio è dietro l'angolo; processi a distanza, smart working, un'atomizzazione facile da controllare.
Qualcuno già si appresta a magnificare la comodità del mandarsi atti da casa. Alla fine, non sarà l'immunità, quanto la logica del gregge a metterci in pericolo; una cessione di sovranità e di diritti, consapevole nella genesi ma ignara dei rischi che propone. Attacchiamo la giacca alla gruccia, che in fondo in casa si sta bene.
*Avvocato del Foro di Firenze










