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di Fabio Tesser

comune-info.net, 2 novembre 2026

Un ragazzo di vent’anni, una cella, nessuna cura. A Monza un ragazzino di vent’anni si è impiccato in cella. Era arrivato in Italia da solo a quindici anni. Aveva attraversato il Beccaria, le comunità, San Vittore. Era senza famiglia, con una dipendenza e una fragilità psichiatrica già emersa, anche a luglio con un gesto che forse non era un incidente. La sua avvocata stava per chiedere l’affidamento in comunità, ma i posti non ci sono. Non è un caso isolato. Nel 2025 almeno 82 persone si sono tolte la vita in carcere e nel 2026 sono già almeno 62. Il sovraffollamento è al 139%, le misure alternative rallentano e i giovani detenuti sono aumentati del 54% in due anni.

Una pena si può scontare curandosi, e lui doveva essere curato. Lo Stato lo sapeva, aveva i segnali, e ha continuato a scrivere decreti che restringono le alternative senza creare i posti per realizzarle. Per questo lo stato ha la sua “pena di morte”. Per omissione: quando uno Stato sa che una persona fragile è a rischio e non fa ciò che serve per proteggerla, di quella morte è responsabile. E ciascuno di noi, silenti, con lui.