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di Giuseppe Salvaggiulo

La Stampa, 13 gennaio 2023

La voce è quella di Antonio Balsamo, presidente del tribunale di Palermo, già estensore di sentenze fondamentali sulle stragi (Capaci bis e Borsellino quater) e autore del libro Mafia. Fare memoria per combatterla (Vita e pensiero): “Le parlo con la passione civile di chi vive e lavora a Palermo. Sarebbe ingenerosa una critica generalizzata sulla riforma Cartabia, ma certamente alcune norme hanno effetti estremamente pericolosi per la libertà e la sicurezza dei cittadini”.

Qual è il suo giudizio sulla riforma Cartabia appena entrata in vigore?

“Contiene molte innovazioni importanti, ma anche alcune norme pericolose, di cui cominciamo a vedere gli effetti applicativi”.

A quali si riferisce?

“A quelle che condizionano alla querela della vittima la perseguibilità di alcuni reati come il sequestro di persona”.

Non la convince l’esigenza di ridurre il carico giudiziario?

“In questo caso non c’è nessun significativo beneficio sull’efficienza della giustizia. A Palermo ci sono 40 processi per sequestro di persona su oltre 8mila definiti ogni anno dal tribunale. Meno dello 0,5%. Ma comprendono casi di estrema gravità, con vittime assoggettate a una condizione di paura e intimidazione”.

Di quali casi si tratta?

“Le rispondo citando un collaboratore di giustizia: “Ogni famiglia mafiosa si avvale di una squadra di soggetti, alcuni affiliati altri no, che svolge spedizioni punitive nei confronti di chi non rispetta le regole di cosa nostra”. Parole significative, mi pare”.

In cosa consistono le spedizioni punitive?

“Sequestri di persona, anche di parenti, oppure pestaggi e vessazioni con violenza brutale”.

Che cosa accade, in concreto?

“Magistrati e polizia giudiziaria possono venire a conoscenza di questi fatti, per esempio dalle intercettazioni, ma non perseguirli in assenza di querela delle vittime”.

Perché non querelano?

“Spesso perché sono in condizione di assoggettamento o paura. In quanto particolarmente vulnerabili, richiederebbero un surplus di tutela”.

La protezione dello Stato non è sufficiente?

“Il caso più noto è quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, sequestrato e poi sciolto nell’acido. Allora il padre Santino, collaboratore di giustizia che aveva svelato i segreti della strage di Capaci, benché sotto protezione impiegò alcune settimane prima di denunciare”.

Che cosa si può fare?

“Includere il sequestro di persona, la violenza privata e certe lesioni personali, se ricorre un’aggravante speciale come quella di mafia, tra i reati perseguibili di ufficio. O si vuole sostenere, per esempio, che la violazione di domicilio da parte del pubblico ufficiale è più grave del sequestro di persona da parte del mafioso?”.

Rimettere in discussione una riforma dopo dieci giorni dall’entrata in vigore sarebbe una sconfessione.

“Non mi sembra. Si tratta, anzi, di un modo per assicurare la piena funzionalità delle nuove norme. Verificare gli effetti di una riforma è prova di saggezza. Basta una piccola modifica dell’articolo 623 ter del codice”.

C’è il problema degli impegni con l’Europa...

“Guardi che l’Europa ci chiede esattamente il contrario. Ci sono sentenze della Corte dei diritti dell’uomo che sono pietre miliari. Affermano che la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini - libertà e sicurezza - fa sorgere in capo allo Stato un obbligo di tutela penale”.

L’Italia le rispetta?

“Lo Stato verrebbe meno a quell’obbligo, e per di più nei confronti delle vittime più fragili, se le abbandonasse nella paura invece di proteggerle”.