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di Pino Di Maula

fotosintesi.info, 26 luglio 2026

Uno Stato che riempie le celle oltre ogni limite, riduce gli spazi, chiude i detenuti per gran parte della giornata e affida a un personale numericamente e psicologicamente stremato il compito di governare ciò che la politica ha reso quasi ingovernabile. Sessantaquattromila persone stipate in istituti con un sovraffollamento reale vicino al centoquaranta per cento. Stranieri senza mediatori, tossicodipendenti senza comunità, persone con disturbi psichici curate soprattutto con psicofarmaci, minori trasferiti lontano da casa e ventisette bambini rinchiusi con le madri. Mentre i delitti non mostrano un’emergenza paragonabile alla retorica politica, il governo continua a produrre decreti, nuovi reati e carcere.

“Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato”. Non è la denuncia di un’associazione radicale, né lo slogan di una manifestazione. A pronunciare queste parole è stato Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, il magistrato che ha coordinato la cattura di Matteo Messina Denaro. De Lucia ha descritto istituti nei quali i detenuti riescono a comunicare con l’esterno e con altri penitenziari, mentre le organizzazioni criminali mantengono capacità di comando e collegamento. Ha aggiunto che le carceri non esplodono soltanto perché, al momento, i detenuti non vogliono farle esplodere. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto attaccando il procuratore e difendendo la Polizia penitenziaria. Ma contrapporre De Lucia agli agenti significa evitare il problema. Il procuratore non ha denunciato il fallimento individuale delle guardie. Ha denunciato il fallimento dello Stato.

Al 30 aprile 2026 nelle carceri italiane si trovavano 64.412 persone. Il sovraffollamento medio effettivo, calcolato da Antigone tenendo conto dei posti realmente disponibili, era arrivato al 138,5 per cento. Significa che dove potrebbero vivere cento persone ne vengono stipate quasi centoquaranta. Nel corso del 2025 i detenuti sono aumentati di circa duemila unità, mentre i posti disponibili sono diminuiti di circa settecento. La risposta non è stata una maggiore apertura degli istituti, ma una progressiva chiusura: secondo Antigone, circa il sessanta per cento delle persone osservate trascorre l’intera giornata nella propria sezione o direttamente in cella. Il carcere diventa così un contenitore umano. Non rieduca, non cura e spesso non prepara nemmeno al ritorno nella società. Accumula sofferenza, conflitti e recidiva.

Gli stranieri: uno su tre, quasi senza mediatori - Le persone straniere erano 20.307, il 31,5 per cento della popolazione detenuta. È una quota sostanzialmente stabile e perfino inferiore alle punte raggiunte negli anni Duemila. Non esiste dunque un’invasione recente delle prigioni da parte degli immigrati.

Esiste invece una discriminazione materiale. Gli stranieri hanno più difficoltà ad accedere alle misure alternative, spesso perché non dispongono di una residenza, di una rete familiare o di un lavoro regolare. Sono maggiormente rappresentati tra le persone ancora prive di una condanna definitiva. E nelle carceri italiane sono disponibili mediamente appena 1,67 mediatori culturali ogni cento detenuti stranieri. Chi non comprende pienamente la lingua deve affrontare in queste condizioni un procedimento penale, le regole interne, le richieste sanitarie e il rapporto con l’amministrazione. Formalmente ha gli stessi diritti. Concretamente dispone di molti meno strumenti per esercitarli.

Tossicodipendenza: il carcere al posto della cura - Circa un detenuto su quattro presenta una condizione di dipendenza da sostanze o una storia problematica di consumo. L’ultimo dato consolidato disponibile indicava oltre quindicimila persone tossicodipendenti, pari a circa il ventotto per cento della popolazione detenuta. Molti potrebbero essere seguiti in comunità terapeutiche, strutture sanitarie o programmi territoriali. Il carcere, invece, diventa la risposta più facile alla dipendenza, alla marginalità e alla povertà. Si punisce una condizione sanitaria e sociale senza affrontarne le cause. Poi ci si sorprende quando la persona, uscita senza casa, senza lavoro e senza terapia, torna a commettere reati. La sicurezza comincia molto prima della polizia. Comincia nei servizi per le dipendenze, nei centri di salute mentale, nelle comunità e nella possibilità di non essere abbandonati una volta terminata la pena.

La malattia mentale dietro le sbarre - Le carceri italiane sono diventate uno dei principali contenitori del disagio psichico del Paese. La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari avrebbe dovuto trasferire la cura sul territorio e nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Ma i posti sono insufficienti, le liste d’attesa continuano e nelle celle finiscono persone che avrebbero bisogno di assistenza sanitaria intensiva. Il risultato è un ricorso esteso agli psicofarmaci, un numero enorme di atti autolesionistici e un’assistenza affidata a pochi psicologi e psichiatri. Negli istituti visitati da Antigone, nel 2024 sono stati registrati mediamente più di venti atti di autolesionismo ogni cento detenuti e circa due tentativi e mezzo di suicidio ogni cento. Il carcere non cura la malattia mentale. Spesso la produce, la aggrava o la rende invisibile fino al gesto estremo.

I minori: sempre più carcere, sempre meno comunità - Anche gli istituti penali minorili sono sovraffollati. La crescita degli ingressi è stata favorita dal decreto Caivano e dalle successive strette sulla giustizia minorile. I ragazzi stranieri, spesso non accompagnati, sono particolarmente penalizzati. La mancanza di strutture di accoglienza esterne li lascia più facilmente sulla strada e, dopo l’arresto, li espone a trasferimenti negli istituti del Sud, lontano dai pochi legami territoriali disponibili. Antigone segnala inoltre un uso molto elevato di psicofarmaci, soprattutto tra i giovani stranieri. Il nuovo progetto governativo approvato nel luglio 2026 interviene ancora sull’imputabilità dei ragazzi tra quattordici e diciotto anni, introducendo una presunzione di capacità di intendere e volere. Sarà il minore a dover dimostrare la propria immaturità. È un ulteriore passaggio dalla giustizia educativa alla giustizia punitiva.

Ventisette bambini detenuti senza avere commesso alcun reato - Al 31 marzo 2026 nelle carceri italiane vivevano ventisette bambini insieme a ventidue madri detenute. L’anno precedente erano dodici. La crescita arriva dopo la legge numero 80 del 2025, che ha trasformato da obbligatorio a facoltativo il rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli fino a un anno. I bambini non sono detenuti secondo il diritto. Lo sono nella realtà. Dormono dietro le sbarre, ascoltano il rumore delle chiavi, conoscono il controllo degli agenti prima del parco giochi e imparano che una porta può essere aperta soltanto da qualcun altro. La responsabilità penale è personale, afferma la Costituzione. Ma in questi casi la pena viene materialmente estesa a chi non ha commesso nulla.

Quasi quattrocento suicidi sotto il governo Meloni - Il governo Meloni si è insediato il 22 ottobre 2022. Non è quindi metodologicamente corretto attribuirgli tutti i suicidi avvenuti durante quell’anno. Ma il bilancio del periodo politico aperto dal suo insediamento rimane impressionante. Nel 2022 si registrarono tra ottantaquattro e ottantacinque suicidi, a seconda della data di consolidamento delle rilevazioni. Nel 2023 furono almeno settantuno. Nel 2024 il dato ufficiale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ne ha accertati ottantatré, mentre altre rilevazioni arrivano a novantuno includendo casi successivamente riclassificati. Nel 2025 Antigone ne conta almeno ottantadue. Al 17 luglio 2026, Ristretti Orizzonti e Sistema penale erano arrivati a cinquantacinque suicidi. Considerando gli anni completi 2023, 2024 e 2025 e i primi sei mesi e mezzo del 2026, siamo dunque già ad almeno 291 persone morte suicide. Aggiungendo gli ultimi settanta giorni del 2022, il bilancio del periodo di governo si avvicina o supera verosimilmente quota trecento. Non è possibile fornire un numero altrettanto solido per i suicidi degli agenti di Polizia penitenziaria. Non esiste una serie pubblica, aggiornata e centralizzata paragonabile a quella sui detenuti; i dati diffusi dai sindacati utilizzano periodi e criteri differenti. È però documentato che il fenomeno ha un’incidenza gravissima anche nel Corpo. Proprio questa mancanza di trasparenza statistica dovrebbe diventare parte dell’inchiesta, non essere colmata con somme approssimative. Detenuti e agenti non sono nemici. Sono due popolazioni rinchiuse, con ruoli e responsabilità differenti, dentro la stessa istituzione abbandonata.

Delmastro e il desiderio di “non lasciare respirare” - Andrea Delmastro, quando era sottosegretario alla Giustizia, rivendicò pubblicamente l’entrata in funzione di una nuova automobile blindata per il trasporto dei detenuti sottoposti al 41 bis, affermando che vedere come veniva trattato chi si trovava “dietro quel vetro oscurato” gli procurava gioia e sostenendo che lo Stato non avrebbe lasciato “respirare” chi era rinchiuso in quel regime. Quelle parole non descrivevano una politica penitenziaria. Descrivevano un’idea della pena come umiliazione. Oggi l’aria manca davvero. Manca nelle celle sovraffollate, nelle sezioni dove d’estate le temperature diventano insostenibili, nei reparti psichiatrici improvvisati, nelle attese per una visita e nelle ore trascorse senza lavoro, scuola o relazioni.

Cospito e Roggero: due pesi politici differenti - Alfredo Cospito è stato condannato per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi e per l’attentato del 2006 davanti alla scuola allievi carabinieri di Fossano. Gli ordigni di Fossano non provocarono né morti né feriti. La gambizzazione di Adinolfi provocò un ferimento, non una morte. Cospito ha quindi ucciso zero persone. Ciò non rende innocui o accettabili i suoi reati, ma è un dato indispensabile quando si valuta la proporzionalità del regime carcerario. Dal 2022 è sottoposto al 41 bis, rinnovato anche nel 2026. Mario Roggero ha invece inseguito fuori dal negozio tre rapinatori ormai in fuga. Ha ucciso due persone e ne ha ferita gravemente una terza. La Cassazione ha confermato la condanna a quattordici anni e nove mesi perché il pericolo era cessato e quindi non ricorrevano le condizioni della legittima difesa. Roggero è in carcere ordinario e ha ricevuto la solidarietà del governo, visite politiche e immediate richieste di grazia. Cospito, che non ha ucciso nessuno, è sottoposto al più duro regime detentivo previsto dall’ordinamento. Non significa che i due casi siano giuridicamente identici: il 41 bis non viene applicato soltanto in base alla gravità materiale del fatto, ma alla capacità di mantenere collegamenti con un’organizzazione criminale. Tuttavia, la differenza del racconto politico è evidente. Per Roggero si invocano l’età, la paura, la comprensione umana e la grazia. Per Cospito si celebra la privazione dell’aria. La legge può distinguere le posizioni. La dignità umana non dovrebbe dipendere dall’ideologia del condannato o dalla simpatia che suscita nell’elettorato.

Sette pacchetti sicurezza e decine di nuovi divieti - Dal decreto anti-rave dell’autunno 2022 al decreto Caivano, dalle norme contro le occupazioni al decreto sicurezza del 2025, dal pacchetto su immigrazione e ordine pubblico del febbraio 2026 fino al nuovo disegno di legge approvato nel luglio 2026, il governo ha prodotto almeno sette tra decreti e grandi provvedimenti legislativi dedicati alla sicurezza. Stabilire il numero esatto dei “nuovi reati” richiede una distinzione tra fattispecie completamente nuove, trasformazione di illeciti amministrativi in penali, aggravanti, aumenti di pena e ampliamenti di reati esistenti. Il solo decreto sicurezza convertito nel 2025 ha introdotto, secondo il dibattito parlamentare, quattordici nuovi reati. Alcune ricostruzioni, conteggiando anche aggravanti e nuove ipotesi punitive, arrivavano a circa venti disposizioni penali. Tra queste figurano la rivolta e la resistenza passiva in carcere o nei centri per migranti, il blocco stradale in determinate condizioni e nuove norme sulle occupazioni. A questi vanno aggiunti il reato di rave poi riscritto, le misure del decreto Caivano, le norme sull’immigrazione, le nuove disposizioni sulle armi, sui minori e sull’ordine pubblico. Una stima prudente porta dunque ad almeno una ventina di nuove fattispecie autonome, oltre a numerose aggravanti e aumenti di pena, durante la legislatura. Un numero definitivo richiede un censimento articolo per articolo, perché il governo presenta spesso come “nuova norma” ciò che tecnicamente è un’aggravante o l’ampliamento di una fattispecie esistente.

Ma i reati stanno davvero esplodendo? - I dati sulla criminalità raccontano una storia molto diversa da quella della propaganda securitaria. Nel 2024 in Italia sono stati registrati 327 omicidi, il 2,1 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Nel quinquennio 2020-2024 la media è stata di poco superiore ai trecento omicidi l’anno, uno dei livelli più bassi mai registrati nel nostro Paese. Il confronto storico è impressionante. Alla fine dell’Ottocento, tra il 1891 e il 1895, gli omicidi volontari sfioravano i duemila l’anno. Ancora all’inizio degli anni Novanta, negli anni delle guerre di mafia, in Italia si superavano i milleseicento omicidi l’anno. Oggi il tasso di omicidi è sceso a 0,55 vittime ogni centomila abitanti, tra i più bassi d’Europa. Questo non significa che il Paese non abbia problemi di sicurezza. Significa però che non esiste un’esplosione degli omicidi tale da giustificare una legislazione costruita quasi esclusivamente sull’inasprimento delle pene e sull’introduzione continua di nuovi reati.

L’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica ha rilevato che l’incidenza dei delitti in Italia è inferiore a quella di Germania, Francia e Spagna per quasi tutti i reati considerati, con l’eccezione dei furti. Tra il 2008 e il 2023 omicidi e rapine sono diminuiti in Italia più che negli altri grandi Paesi europei. Antigone segnala che i reati risultano sostanzialmente stabili e che nei primi mesi del 2025 erano addirittura diminuiti dell’otto per cento. Crescono invece le presenze in carcere. Dopo il crollo anomalo durante le restrizioni pandemiche, furti e rapine sono parzialmente risaliti. Ma una risalita rispetto agli anni del confinamento non equivale automaticamente a un record storico o a una perdita di controllo del territorio. Non risultano aumenti di omicidi, rapimenti, rapine e furti in appartamento tali da giustificare la rappresentazione di un Paese travolto dalla violenza. Esistono problemi reali e localizzati: furti, borseggi nelle città turistiche, violenza giovanile, criminalità organizzata, femminicidi e sfruttamento. Ma vengono mescolati in un’unica narrazione emergenziale per giustificare norme che colpiscono anche manifestanti, occupanti, migranti, detenuti e minori. Le vere emergenze riguardano soprattutto altri fenomeni: la criminalità organizzata, la violenza contro le donne, lo sfruttamento del lavoro, le truffe, le mafie economiche e, sempre più, il collasso del sistema penitenziario.

La sicurezza che manca - La vera emergenza è dentro le carceri. È nei suicidi. Nelle dipendenze non curate. Nella malattia mentale gestita con l’isolamento. Nei bambini dietro le sbarre. Nei ragazzi rinchiusi perché fuori non c’è una comunità disponibile. Negli agenti costretti a turni massacranti e chiamati a sostituire educatori, psichiatri, psicoterapeuti, mediatori e personale sanitario che lo Stato non assume. Il governo ha moltiplicato i reati, ma non le opportunità di reinserimento. Ha aumentato le pene, ma non i servizi territoriali. Ha ristretto le possibilità di protesta e ampliato quelle di incarcerazione. Non ha tolto il controllo delle prigioni alle organizzazioni criminali. Ha tolto aria alle persone. E uno Stato che rinuncia alla rieducazione, alla salute e alla dignità non costruisce maggiore sicurezza. Prepara soltanto il prossimo reato, il prossimo suicidio e il prossimo fallimento. La sicurezza comincia molto prima della polizia. E la civiltà di uno Stato comincia dal modo in cui impedisce che la pena diventi vendetta.