di Marianna Filandri
La Stampa, 29 aprile 2023
I problemi di occupazione e disoccupazione hanno bisogno dell’intervento statale. Perché? Per molte ragioni, qui ne ricordiamo tre. La prima è che il mercato del lavoro non è un vero mercato. Il lavoro non è una merce che segue i principi della domanda e dell’offerta. Tanto per intenderci se aumenta o diminuisce la richiesta di lavoro, i salari - che rappresenterebbero il prezzo della merce - non possono variare troppo. Da un lato, infatti, con stipendi eccessivamente elevati le imprese non coprirebbero i costi di produzione o erogazione di un servizio e, dall’altro, sotto un certo reddito da lavoro chi lavora non avrebbe nessuna convenienza a essere impiegato.
La seconda ragione è che le relazioni tra i due lati del mercato del lavoro, l’offerta e la domanda, si basano su interessi che possono essere in contrapposizione con un certo squilibrio di potere. Coloro che cercano lavoro si trovavano in una condizione di svantaggio nell’acquisire un impiego specie quando la disoccupazione è elevata. Al contrario, chi offre lavoro, pur subendo una certa forza contrattuale dei lavoratori che fa leva sui costi di turnover per ottenere migliori condizioni lavorative, si trova in una posizione di maggiore vantaggio. Può infatti ad esempio sostituire la forza lavoro, in alcuni casi anche delocalizzando.
L’ultima ragione di un intervento statale è la necessità di stabilire le regole di funzionamento del sistema. Come interagisce chi cerca e chi offre lavoro? Si potrebbe rispondere che esistono le associazioni datoriali e sindacali che hanno proprio l’obiettivo di rappresentare e tutelare gli interessi rispettivamente di imprese e di lavoratrici e lavoratori. Tuttavia, queste agiscono entro una cornice che è necessariamente definita dallo Stato. L’esempio più lampante è quello della struttura delle retribuzioni.
Quest’ultima è molto eterogenea nel nostro paese, con alcuni settori maggiormente tutelati e altri decisamente meno. Eterogeneità che nei più di 900 contratti collettivi nazionali del lavoro emerge chiaramente. Sono emblematici gli ambiti dove la bassa retribuzione oraria e la conseguente presenza di lavoro povero sono più diffusi. Il premio per il peggior settore di attività economica va a “Attività amministrative e di supporto per le funzioni d’ufficio e altri servizi di supporto alle imprese”, che ha ben un terzo circa degli impiegati (34,6%) con un basso salario orario (inferiore ai due terzi di quello mediano). Rientrano in questo ambito i dipendenti dei call center, dei servizi di organizzazione eventi, dei servizi alle imprese come il recupero crediti o l’assistenza clienti. Tra i settori che peggio retribuiscono i dipendenti, al secondo posto con il 30,6%, c’è il settore “Altre attività di servizi”, una categoria residuale che comprende le attività di organizzazioni associative, i servizi di riparazione di beni personali e per la casa e una varietà di servizi personali non altrimenti classificati. Il terzo posto è infine occupato dal settore “Servizi di alloggio e ristorazione”, che comprende i lavoratori di alberghi, campeggi, ristoranti, self-service, catering, bar, gelaterie: la percentuale di occupati a basso salario è in questo caso del 23,5%. Ecco allora che i problemi della disoccupazione e dell’occupazione chiamano in causa le responsabilità dello Stato, che ha il dovere di garantire un’interazione più paritaria tra domanda e offerta di lavoro. Ma non solo. Ha il dovere di promuovere politiche che riconoscano che il lavoro non è una merce ma ha un valore fondamentale per i singoli e per la collettività. Ad esempio, potrebbe iniziare dall’introduzione di un salario minimo legale.









