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di Giordano Stabile


La Stampa, 11 novembre 2020

 

L'Armenia evita la capitolazione ma si ritirerà dall'enclave contesa. Arrivano duemila soldati russi. L'Armenia ha forse evitato la "capitolazione", come l'ha definita il presidente azero Ilham Aliyev. Ma esce con le ossa rotta dalla guerra nel Nagorno Karabakh.

Quasi metà dell'enclave secessionista, conquistata nel 1994, è andata perduta. E se non fosse stato per la mediazione della Russia le forze azere si sarebbero prese tutto. Adesso gli armeni dovranno ritirarsi anche da sette distretti azeri che circondano la regione e conserveranno soltanto un corridoio lungo l'autostrada da Erevan al capoluogo Stepanakerk. Il premier Nikol Pashinyan ha parlato di "intesa dolorosa", inevitabile, vista la situazione al fronte. Non per gli armeni, convinti che era possibile resistere ancora. Gli abitanti della capitale sono scesi nelle strade e hanno assediato il palazzo del governo e il Parlamento.

Ma la rabbia popolare non sostituisce carri armati e cannoni. E neppure i micidiali droni turchi Bayraktar che hanno deciso le sorti della guerra a favore dell'Azerbaigian. Il dramma dell'epilogo, a Stepanakert, lo si è respirato sin dalle prime ore del conflitto. Questa volta i bombardamenti hanno raggiunto il capoluogo. Nessuno se lo aspettava.

Stepanakert in pochi giorni si è svuotata fino a diventare l'ombra di se stessa, della città vitale che era stata fino alla vigilia del 27 settembre, quando si è scatenata l'offensiva azera. Chiusi i negozi, alberghi e scuole trasformati in gironi danteschi per gli sfollati. E migliaia di persone intrappolate negli scantinati, inchiodate ai bollettini che raccontavano successi militari, avanzate respinte, avversari in fuga. Dispacci che hanno nutrito le speranze fino a due giorni fa. Tutto falso, la guerra era persa.

Quando le forze speciali azere, lunedì mattina, hanno diffuso immagini dalla città storica di Shushi, una fortezza naturale situata lungo l'autostrada che porta a Stepanakerk, si è capito che era finita. Nella tarda serata di lunedì Vladimir Putin ha convinto Pashinyan con una proposta che non poteva rifiutare. Salvare Stepanakerk e metà del Nagorno Karabakh. Il premier armeno ha firmato. Poco dopo ha fatto altrettanto Aliyev. Ieri mattina il ministro della Difesa russo Sergei Soigu ha precisato che 1960 soldati russi sorveglieranno il rispetto della tregua e resteranno "per cinque anni". Nel pomeriggio i primi sono partiti dalla base aerea di Ulyanovsk. In cambio l'Azerbaigian otterrà a sua volta un corridoio attraverso il territorio armeno che lo collegherà all'enclave del Nakhchivan e alla Turchia.

"È una capitolazione", ha commentato Aliyev, che ha alluso anche al dispiegamento di soldati turchi, un ritorno nel Caucaso dopo un secolo che soddisfa oltremodo la Turchia. Il compromesso ha evitato l'assalto a Stepanakerk. Ma non è quello che gli armeni si aspettavano da Putin. Un patto di mutua difesa lega l'Armenia e la Russia. Ierevan ha sperato fino all'ultimo che Mosca bloccasse l'assalto azero. Baku e Ankara hanno soffiato anche sull'orgoglio islamico contro la piccola nazione cristiana, tre milioni di abitanti contro i dieci dell'Azerbaigian, e schierato duemila mercenari siriani. Ma Putin non si è mosso.

Per sei settimane Stepanakert, Shushi, Martuni, Hadrut e decine di altri villaggi sono stati bombardati notte e giorno, soprattutto dai droni forniti da Turchia e Israele. Ma anche dai razzi Smerch di produzione russa, che hanno colpito case, scuole, chiese, e persino l'ospedale: nei suoi sotterranei decine di medici e infermieri dormivano per terra tra un turno e l'altro. Gli azeri hanno usato anche bombe a grappolo e al fosforo, lanciate sulle alture di Shushi per stanare le difese armene. A nulla sono serviti gli oscuramenti che ogni notte sprofondavano la città nel buio rischiarato appena dalle scie dei razzi Grad. Stepanakert è morta così, nascosta nelle cantine, sprofondata nelle fosse scavate ogni giorno per accogliere nuovi caduti, oltre 1.200 in tutto.