di Giulio Cavalli
Left, 27 agosto 2021
A fronte di circa 37mila agenti di Polizia penitenziaria in servizio, si contano 36.239 tessere sindacali. La Cgil da tempo chiede al Dap di quantificare il fenomeno delle doppie tessere ma al momento non c'è nessuna risposta. Il doping delle iscrizioni alimenta un giro d'affari milionario e poggia sulle storture di un sistema gerarchico e scarsamente democratico, che fa acqua da tutte le parti.
L'ultimo caso è quello di Santa Maria Capua Vetere, ma di esempi ce ne sono tragicamente troppi altri: il mondo carcerario entra nel dibattito politico nazionale e sulle pagine principali dei quotidiani ogni volta che si accende una terribile stortura, ogni volta che una violenza o una morte riesce a uscire dal ristretto giro di un ambiente che si continua a voler pensare estraneo e a diventare una notizia di cronaca.
Le modalità di risposta sono più o meno sempre le stesse: da una parte c'è il processo sommario di chi divide vittime e carnefici senza nessuna voglia di leggere le sfumature e dall'altro lato c'è il mondo dei sindacati di polizia penitenziaria che si chiudono a riccio rivendicando una certa intoccabilità del corpo come se loro fossero al di fuori della legge naturale che prevede persone buone e persone meno buone che esercitano lo stesso mestiere.
Ma per entrare nel mondo penitenziario italiano bisogna essere pronti e disposti a affrontarne la complessità e la fotografia del quadro complesso (e che probabilmente ha bisogno di riforme) è l'universo delle sigle sindacali, all'interno delle quali spesso si fatica a distinguere posizioni politiche, programmi, aspirazioni e ragionamenti. Le sigle ammesse alla contrattazione nazionale dal ministero della Pubblica amministrazione (quelle che hanno una rappresentatività non inferiore al 5% del dato associativo complessivo) sono il Sappe con 8 distacchi sindacali, l'Osapp e la Uilpa con 5, il Sinappe con 4 sindacalisti a tempo pieno, 1'Uspp e la Cisl Fns con 3, la Cgil Fp/pp e la Fsa Cnpp con due distacchi.
Nel caso dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere la ministra Cartabia ha incontrato 24 delegati, perché nell'universo detentivo hanno un peso, comunque minore, anche i medici e gli operatori socio-sanitari. E poi c'è il caos delle dirigenze con il conflitto perenne tra direttori del carcere e comandanti di reparto: nel caso in questione, per fare un esempio che racconta una modalità ricorrente, accade che il direttore scarichi le responsabilità sul reparto e viceversa.
Nell'amministrazione penitenziaria ci sono sei dirigenze, con cinque carriere diverse, con regimi e determinazioni giuridiche diverse: prevedibilissimo che alla fine non si sappia mai chi comanda davvero. Tutto parte dal decreto legislativo del maggio 1995 che stabiliva che il sistema della rappresentatività e dell'individuazione delle procedure per accertarla doveva avvenire in conformità alle disposizioni vigenti per il pubblico impiego. In quell'anno non erano ancora state istituite le Rsu nel pubblico impiego (che furono poi introdotte con la cd. legge D'Antona).
Quindi all'epoca anche nel pubblico impiego l'unica gamba dell'accertamento era il tesseramento vantato da ogni organizzazione. Dopo la legge D'Antona fu introdotta la seconda gamba dell'accertamento: il peso dei sindacati nelle Pubbliche amministrazioni si misura ancora oggi per il 50% sul dato associativo e per il restante 50% sul dato elettorale.
Lo stesso articolo due fu modificato successivamente all'introduzione delle Rsu nel pubblico impiego: l'introduzione, quindi, della possibilità di elezioni Rsu anche per il comparto Forze di polizia è un fatto chiaro. Quell'articolo, però, faceva espresso riferimento ad un successivo accordo fra le parti che, per ragioni di mera convenienza del sindacalismo autonomo, fu sempre osteggiato fino a non essere mai stato discusso in sede di trattativa con il governo nei 5/6 contratti collettivi (Dpr) che si sono succeduti.
Il sistema quindi è rimasto ancorato al numero delle tessere ma a fronte di poco più di 37mila unità di personale oggi in servizio si contano 36.239 tessere sottoscritte in favore di organizzazioni sindacali (rappresentative e non). Una sindacalizzazione figlia di un elevato numero di casi di doppia o tripla tessera che ha creato un moloch denso di interessi economici. Mediamente ogni tessera costa dai 12 ai 16 euro mensili (anche se il prezzo è uno degli elementi della sfrenata competizione) e con poco più di 36.200 tessere che ogni mese girano il calcolo è presto fatto: si parla di più di 500mila euro che ballano ogni mese.
Si tenga conto anche che nel caso di molti sindacati autonomi le spese sono bassissime e che sul tesseramento sia in atto una sorta di multilevel marketing all'americana che arricchisce le basi e le altezze. Altro dato significativo: su sei organizzazioni sindacali autonome cinque sono rette da pensionati, gente che ha fondato il sindacato anche 30 anni fa e che è magari in pensione da anni senza mollare la propria organizzazione, come avviene nel Sappe, ad esempio, con il segretario nazionale Donato Capece. Le tessere spesso poi sono dopate dalle gerarchie: un poliziotto dentro il carcere si ritrova a dover avere la tessera del proprio capo reparto per evitare problemi, poi quella del proprio comandante che magari è iscritto a un altro sindacato e magari c'è anche l'ispettore di sorveglianza che può tornare utile per ottenere qualche permesso.
Così diventa difficile per l'ultimo dei poliziotti decidere di essere libero, autonomo e non condizionato. La gerarchia e la sindacalizzazione influiscono anche in eventi gravemente critici come Santa Maria Capua Vetere: la coincidenza di responsabilità sindacali e istituzionali fa sì che il sindacato autonomo debba difendere la gerarchia (che sia il comandante o il caporeparto) perché quella figura incarna una responsabilità sindacale di quell'organizzazione.
E il tutto diventa una mera difesa degli interessi in atto, con una visione poco "politica" nel senso più nobile del termine. La Cgil da tempo chiede che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) quantifichi il fenomeno delle doppie tessere ma al momento non c'è nessuna risposta. A questo si aggiunge che stiamo parlando di un corpo di 37.181 unità, di cui realmente operativi solo 32.545.
Secondo il XVII rapporto di Antigone, "la differenza fra personale previsto e effettivamente presente è pari al 12,5%. La carenza di agenti non è però equamente distribuita a livello nazionale. Abbiamo infatti provveditorati con un sotto organico superiore al 20%, come in Sardegna e in Calabria, e altri invece con un numero di unità effettive leggermente superiore a quelle previste, come in Campania e in Puglia-Basilicata".
Il risultato? In un mondo così frammentato e confuso provate a immaginare quanto poco spazio ci sia per un serio ragionamento sulla qualità democratica del corpo, sulla consapevolezza di un ruolo che non sia solo securitario ma anche rieducativo e trattamentale e sulla frustrazione (che spesso sfocia in una pseudo rivalsa) di un corpo senza piena consapevolezza dei propri diritti. Perché, si sa, molto spesso gli effetti hanno cause complesse che bisognerebbe avere il coraggio di affrontare. E che la politica dovrebbe prendersi la responsabilità di riformare.










