di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 1 settembre 2026
“Possono dirti o farti qualsiasi cosa e tu non puoi farci nulla”; il venezuelano Carlos Téllez-Sanchez è Stato trasportato di forza dagli Stati Uniti verso la Liberia, un Paese di cui conosceva appena il nome, come racconta il New York Times in uno straziante reportage sulle ultime deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Procedure spicce e brutali che permettono di consegnarti alle autorità di una nazione con cui non hai mai avuto alcun rapporto. La Liberia è entrata nella rete dei cosiddetti Paesi terzi firmando gli accordi per cui un immigrato può essere espulso verso uno Stato diverso da quello di cui è cittadino, Monrovia ha accettato di ricevere fino a 1.200 persone nei prossimi dodici mesi e il primo gruppo, una ventina di deportati soprattutto provenienti da Paesi dell’America Latina, è arrivato lo scorso 20 agosto con un volo proveniente dalla Louisiana.
Il meccanismo consente all’amministrazione Trump di aggirare uno degli ostacoli più frequenti alle deportazioni: l’impossibilità di rimandare una persona perseguitata nel proprio Paese, come hanno stabilito diversi tribunali d’oltreoceano che negli scorsi mesi hanno bloccato le espulsioni per rischio di torture e altre violazioni dei diritti umani. Il sistema dei Paesi terzi è lo stratagemma ideale per aggirare le sentenze dei giudici. Oltre alla Liberia, gli Usa hanno stretto accordi con Ghana, Sierra Leone, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centrafricana e Guinea Equatoriale; complessivamente Washington ha concluso intese con almeno 35 Paesi per l’accoglienza di deportati provenienti da Stati terzi.
Le dieci testimonianze raccolte dal NYT mostrano la misera condizione a cui sono costretti gli immigrati arrestati dall’ICE; sul volo partito dalla Louisiana viaggiavano più di venti persone, quando uno dei detenuti ha visto il nome della Liberia su un documento nelle mani di un funzionario dell’ICE. si è scatenato il panico, cinque “passeggeri” raccontano di essere stati picchiati brutalmente quando hanno contestato il trasferimento; alcuni hanno ricevuto pugni o sono stati gettati a terra e trascinati di peso sull’aereo.
Tra loro Leonardo Sánchez, un cittadino cubano di 49 anni con una storia clinica particolarmente delicata: anni prima aveva subito ferite e diversi interventi chirurgici che avevano lasciato il suo intestino in condizioni tali da provocare una vistosa sporgenza dell’addome. Durante il volo durato circa 14 ore aveva le manette ai polsi e alle caviglie e una catena intorno alla vita, Sánchez spiega di avere cominciato a urlare dal dolore e di avere chiesto assistenza agli agenti dell’ICE presenti sull’aereo: “Piangevo come un bambino e li imploravo ma non hanno fatto nulla, ci trattavano come fossimo bestiame”.
Arrivati a Monrovia Sanchez e altri tre malcapitati hanno continuato a protestare ma sono stati spinti sulla pista immobilizzati a terra con le ginocchia degli agenti sul collo. In cinque invece sono rimasti sull’aereo, li hanno trasferiti in Guinea Equatoriale; con malcelato sadismo gli avevano comunicato che sarebbero tornati negli Stati Uniti, ma il viaggio è invece terminato molto prima, nel centro di detenzione di Malabo, una struttura messa all’indice da Human Right Watch per lo stato fatiscente, la mancanza di igiene, assistenza medica e legale.
Peraltro la Guinea equatoriale, guidata dal 1979 dal dittatore Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è tristemente nota alle organizzazioni umanitarie e alle Nazioni Unite per le detenzioni arbitrarie, le torture, i processi iniqui e le gravi limitazioni delle libertà civili. In luglio sempre l’ong statunitense aveva denunciato il caso di due donne camerunesi che avevano ottenuto negli Stati Uniti una protezione contro il rimpatrio perché i giudici americani avevano riconosciuto il rischio di persecuzione in Camerun. L’ICE ha ignorato il verdetto è sono state comunque trasferite dagli Stati Uniti proprio in Guinea Equatoriale e da lì rimandate in Camerun. Le autorità le avevano informate che non esiste una procedura d’asilo politico e che l’unica possibilità era tornare nel proprio Paese. Con la campagna per le elezioni di mid term entrata nel rettilineo finale, la Casa Bianca intende dare un’ulteriore giro di vite alle politiche anti-immigrazione e aumentare il flusso delle deportazioni come ha più volte promesso lo stesso Donald Trump, giurando che i Paesi terzi sono “mete sicure”. Dipende per chi.









