di Paolo Comentale
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 2026
C’era un tempo in cui ci si impegnava su parole importanti: accoglienza, integrazione, condivisione. Nella scuola primaria l’accoglienza e l’integrazione rivestivano un ruolo fondamentale: gli alunni che venivano da lontano erano considerate delle risorse, momento finale di un processo lungo e complesso che, quando andava a buon fine, formava cittadini esemplari. Esempio evidente di questo circolo virtuoso la partecipazione di Ghali alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina dove ha cantato la lirica di Gianni Rodari “Promemoria”. Un autore e un testo imparato nei banchi di scuola, conservato in una radura della mente e poi espresso in modo semplice e poetico. Integrazione perfettamente riuscita!
A partire dal dramma di Cutro in poi la politica ha trattato il problema dell’immigrazione come un semplice problema di ordine pubblico, inasprendo le pene, affollando le già precarie strutture carcerarie del nostro paese trascinandole al collasso. Il fallimento più evidente di questa politica che scambia la prevenzione con la repressione è il numero di minori nelle carceri italiane costretti a seguire le mamme detenute. Attualmente sono 26. Sembra un numero insignificante in realtà è un numero enorme così come ha rilevato con forza il Presidente dell’Unicef Italia, Nicola Graziano. Nell’occasione il Presidente ha annunciando anche la creazione di un lungometraggio dedicato ai piccoli reclusi nelle carceri italiane dal titolo chiaro ed evidente “Apri!”.
Gli studi dedicati al fenomeno dei piccoli reclusi hanno scoperto che, dopo la parola mamma la seconda parola che il bambino impara nell’universo carcerario è: “Apri!”. I piccoli comprendono subito che nella loro condizione, chiusi senza aver commesso alcun reato, manca l’aria, manca lo spazio, manca la vita. Conservano nel tempo una evidente difficoltà ad apprendere e sono destinati con alta probabilità a percorrere la strada della illegalità.
Nelle carceri italiane il tasso di sovraffollamento è del 140%. Negli Istituti di Pena sono recluse 64.436 soggetti a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Al di là delle aride cifre la realtà evidenzia che l’affollamento dipende dal fatto che il Governo ha introdotto in quattro anni 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Le conseguenze sono amarissime, dagli adulti ai minori reclusi, le carceri italiane scoppiano. A nulla sono serviti fino ad ora gli accorati appelli provenienti dal Presidente della Repubblica. In questo quadro allarmante 26 bambini dietro le sbarre sono un fallimento enorme, collettivo, politico, umano.
Di questo atteggiamento cinico e palesemente in contrasto con i principi della dottrina cattolica scaturiscono anche tragici fatti di cronaca. Ultimo in ordine di tempo, accaduto pochi giorni or sono, riguarda una piccola di cinque mesi che dopo una drammatica traversata in mare è morta a Lampedusa per il freddo. Eppure dovremmo essere orgogliosi di quello che il nostro Paese ha realizzato negli anni scorsi. L’operazione Mare Nostrum tra il 2013 e il 2014 ha permesso di portare in salvo 140 mila persone. Siamo il Paese di Cesare Beccaria e “Dei delitti e delle pene”. Non riuscire a trovare una soluzione umana per la condizione drammatica di 26 bambini è un’onta che pervade la nostra coscienza di cittadini.










