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di Marco Ferrando

Avvenire, 20 dicembre 2023

Il libro Beppe Giunti e Marina Lomunno: la scuola e la legalità. Spesso poche parole valgono più di lunghi discorsi. Soprattutto se arrivano da chi ha imparato a sceglierle e misurarle, su di sé e sulla propria vita. Come quelle di chi prima ha sbagliato e poi ha deciso di regalarsi un’altra occasione, al centro di “E-mail a una professoressa: come la scuola può battere le mafie” (Effatà, 80 pagine, 10 euro), libro curato da Beppe Giunti e Marina Lomunno - firma ben nota ai lettori di “Avvenire” - che raccoglie le voci di alcuni pentiti e le loro storie di conversione grazie all’incontro con la scuola e con bravi maestri.

Dunque il carcere, la scuola e poi don Milani che riecheggia nel titolo e scandisce l’ambizioso percorso logico dei diversi capitoli. È il perimetro dentro al quale si sviluppa questo libro asciutto e originale, che tocca tutti perché muove corde intime e delicate, a partire dal bisogno di riconoscimento che ognuno di noi porta con sé e che solo una relazione autentica con un insegnante può soddisfare. La scuola non sempre ce la fa, e queste pagine confermano quanto gravi possano essere i danni: “Frate Peppe, io non ho fatto altro perché nessuno me lo ha insegnato”, rivela nelle pagine iniziali l’ospite di un carcere piemontese: “Se non aggiustate la scuola, la camorra vincerà sempre, perché la camorra ha paura della scuola. La camorra vive nel silenzio, la scuola ti insegna le parole”.

Ad arricchire il lavoro di Giunti, frate minore conventuale che da anni accompagna i collaboratori di giustizia nel carcere di Alessandria, e Lomunno, coordinatrice redazionale del settimanale diocesano “La Voce e il Tempo” di Torino, le riflessioni di alcuni addetti ai lavori. Come il giudice Ennio Tomaselli, in magistratura dal 1978 al 2014, che ragiona ad esempio sul rapporto tra cultura/educazione e disagio/devianza: “Il rapporto è strettissimo perché non potrà esservi, rispetto al disagio, un cambiamento davvero rilevante se la cultura viene intesa solo come possesso di conoscenze, pur indispensabili, e l’educazione come una serie di comportamenti e contenuti valoriali semplicemente da contrapporre ad altri, presenti nell’esperienza o nell’immaginario degli adolescenti”.

Di qui, ad esempio, il ruolo determinante del fattore umano, di “insegnanti empatici, scuole (specie della fascia dell’obbligo) che non si trincerano dietro l’aritmetica per stabilire se un ragazzo “passerà” o no l’anno”. Un’empatia, quella evocata, di cui ha chiaramente sentito la mancanza Giuseppe: “Io ero proprio scugnizzo di poche parole e di poche doti - racconta -. Ma cara la mia professoressa, a scuola non si deve abbandonare il più debole al suo destino di sospensioni e bocciature”.

Per un’istituzione così scassata come la scuola italiana di oggi è chiedere tanto, forse troppo. Ma la partita non può essere considerata persa. E la risposta è nelle parole pesanti e al tempo stesso leggere di chi la scuola l’ha scoperta in età adulta. Parole in cui il desiderio di relazione prevale su tutto, e quindi su quell’equipaggiamento che l’istituzione dovrebbe avere e di cui spesso è privata. “Scuola, cosa mi aspetto da te, con i miei cinquant’anni?”, si chiede Peppino.

“Mi aspetto l’insegnamento che tu soltanto mi puoi dare (...). Io ti considero come una mamma che prende per mano il suo bimbo, insegnandogli a camminare, cominciando con i primi passi, con pazienza”. Parole che da sole ricompensano gli sforzi di chi da anni si spende per portare la scuola - se non addirittura l’università - nelle realtà carcerarie, ma che al tempo stesso interpellano nel profondo chiunque insegni o ritenga di aver qualcosa da insegnare.