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di Fabrizia Giuliani

La Stampa, 23 giugno 2022

A poche settimane dall’invasione russa dell’Ucraina, dopo gli orrori di Bucha e le testimonianze delle donne sopravvissute alle violenze dei soldati, Nadia Murad tornò a lanciare il suo appello per il riconoscimento dello stupro come crimine contro l’umanità.

Murad è forse la voce più autorevole in materia: nel 2014 venne rapita e torturata con altre donne della minoranza yazida a Mosul, in Iraq. Da allora, il suo impegno nel contrasto alla violenza come arma di guerra è stato continuo e tenace, tanto da portarla a vincere il premio Nobel per la pace nel 2018. Murad capisce cosa è accaduto e cosa sta accadendo in Ucraina, per questo ha voluto mandare alle donne un messaggio che non si limita alla solidarietà ma sollecita un traguardo concreto: il riconoscimento della violenza sessuale come arma di guerra e genocidio, lesione dei diritti umani.

Qui, davvero le parole pesano e non solo per il valore giuridico che possono assumere: mostrano come la storia, con la sua scia di violenza, non passa invano. La consapevolezza conquistata dalle donne, a volte al prezzo della vita, lavora per cambiare il corso degli eventi. Lotta contro la rassegnazione che vede gli stupri come effetti collaterali inevitabili di ogni conflitto, il prezzo che bambine, ragazze, donne pagano al passaggio dei soldati; l’ineliminabile dividendo patriarcale di cui nessuno chiederà il conto e per cui nessuno pagherà il prezzo.

Murad e le sue compagne dicono invece che la storia va. La coscienza del valore della propria vita, la lotta per l’integrità del corpo mettono in moto una potente richiesta di cambiamento che investe le norme e il senso comune, persino in guerra. Chiedono che il male sia chiamato per nome, ossia che la lesione dei diritti umani resti tale anche quando colpisce le donne. Se la violenza non è stata più solo vergogna e umiliazione privata, ma crimine di guerra lo si deve alla forza di questa nuova consapevolezza.

Non ci si deve stupire, dunque, che l’appello di Murad sia stato accolto anche in Italia, su sollecitazione di una campagna portata avanti da iniziative nazionali e transnazionali - tra tutte, la “Transnational Feminist Solidarity with Ukranian feminists: an online gathering”, attiva soprattutto nei Paesi dell’Est europeo.

Ieri il Senato, su iniziativa della Commissione speciale per i diritti umani, ha approvato all’unanimità una mozione che chiede al nostro Paese di impegnarsi fattivamente perché lo “stupro possa essere riconosciuto come atto di natura genocidaria” come ha ribadito nel suo discorso in Aula una delle promotrici dell’iniziativa, la senatrice Valeria Fedeli.

C’è da augurarsi che questa iniziativa venga ripresa dall’altro ramo del Parlamento e in altri Paesi europei, che se ne capisca il senso e il valore. Sarebbe una risposta all’altezza dello sforzo fatto ora da Kiev con l’approvazione della Convenzione d’Istanbul, un contributo alla definizione del comune spazio europeo.