di Alberto Mingardi
Corriere della Sera, 30 aprile 2021
Viviamo in un mondo complesso e avremo sempre davanti problemi nuovi e diversi. Ci piacerebbe avere certezze che vadano bene per tutti, ma non è possibile. Dove è meglio decidere? Il Covid-19 ci ha insegnato che locale e globale sono forse più complementari di quanto ci piaccia pensare. Da una parte, per affrontare la pandemia serve attivare conoscenze diffuse sul territorio. Più importante di sapere quanti letti di terapia intensiva sono pieni, in un certo giorno, in Italia, è monitorare quanti lo sono in una certa regione, in una certa città, in un certo ospedale. Per quanto imperfetto possa essere il regionalismo italiano, è difficile immaginare che si potesse tenere il polso del contagio senza passare dai governi locali. Dall'altra, se abbiamo qualche speranza di lasciarci alle spalle il Covid e tornare alla vita di sempre è grazie a imprese multinazionali, a laboratori di ricerca che operano in stretto contatto a prescindere dalle frontiere, a una comunità scientifica che è autenticamente mondiale e che grazie alle tecnologie riesce a condividere informazioni in presa diretta.
Un evento drammatico come la pandemia crea non solo una domanda di intervento politico, di aiuti e sostegni, ma anche di novità risolutive, permanenti. Dobbiamo costruire una "nuova normalità". Ne "usciremo migliori", si dice. Proprio la sofferenza e le difficoltà ci inducono a immaginare cambiamenti rivoluzionari e in qualche modo definitivi. Questo anima, nel nostro Paese, due partiti. Da una parte quelli che confidano che l'Unione Europea cresca attraverso le crisi, che meccanismi come il quantitative easing della Banca centrale europea e lo stesso Recovery Fund siano ormai permanenti, rinsaldando Bruxelles a spese delle vecchie capitali. Dall'altra coloro che ritengono che gli Stati nazionali, che hanno dosato la carota dei ristori e il bastone delle serrate obbligatorie, abbiano ripreso centralità e siano sempre meno inclini ad accettare compromessi con gli altri Stati membri o la comunità internazionale quando c'è in ballo il loro interesse nazionale, comunque definito.
In pratica le posizioni degli uni e quelle degli altri sono più vicine di quanto appaia. La classe politica può soffrire il "vincolo esterno" ma oggi quel vincolo non esiste più: l'Ue rappresenta un fattore di accelerazione, non di freno, della spesa pubblica. Il massimo della rivolta contro la globalizzazione passa per l'eliminazione di uno dei pochi spazi di concorrenza fiscale disponibili, quello sulla tassazione dei profitti d'impresa. Seguendo il progetto di Janet Yellen, gli Stati sembrano ben felici di rinunciare a un po' di sovranità, per tutelare la propria base imponibile.
In realtà dalla pandemia dovremmo forse trarre le lezioni opposte a quelle che ci sembrano intuitivamente più plausibili. Il commercio internazionale ha retto sorprendentemente bene, in un anno segnato da profonde limitazioni alla libertà di movimento. In molti hanno biasimato la complessità delle filiere produttive, che spesso attraversano non solo Paesi ma continenti diversi: eppure le imprese, quando hanno potuto, si sono dimostrate straordinariamente flessibili. I banchi dei supermercati sono rimasti affollati dei prodotti più vari; nell'incertezza e nella crisi, non abbiamo sperimentato la scarsità dei beni da comprare. Merito unicamente dell'iniziativa privata, o anche del pragmatismo di Stati e organizzazioni internazionali che hanno saputo non solo introdurre vincoli ma anche, per una volta, rilassarli per evitare contrazioni del commercio internazionale?
Il regime di tutela dei diritti di proprietà intellettuale sarà senz'altro discutibile, ma è un po' curioso che lo si trascini sul banco degli imputati dopo che ha consentito nel corso di un anno lo sviluppo di 78 vaccini Covid, alcuni dei quali ci stanno liberando dall'incubo pandemico. Mossi dalla più politica delle passioni, la paura, abbiamo quasi tutti desiderato che i mezzi coercitivi dello Stato guadagnassero terreno sui mezzi economici del mercato: è difficile però sostenere che abbiano funzionato meglio. Come spesso accade le intenzioni dei nostri governanti erano impeccabili, i loro risultati un po' meno.
Non è nemmeno detto che decisioni concertate fra gli Stati siano di per sé sempre auspicabili. Nella lotta al Covid ci siamo accorti di navigare in acque inesplorate. Quando non conosciamo abbastanza per deliberare, non è che faremo le scelte giuste soltanto perché le stiamo facendo assieme. Che Paesi diversi abbiano contrastato il virus in modi diversi è stata una straordinaria occasione di apprendimento. Dalla campagna vaccinale israeliana e inglese - e dai problemi di quella cilena con il vaccino cinese - abbiamo tratto informazioni che ci verranno utili. Sarebbe stato meglio se tutti avessimo seguito la stessa strada?
Proprio perché viviamo in un mondo complesso dobbiamo sapere che abbiamo, e avremo sempre davanti, problemi nuovi e diversi. Ci piacerebbe avere delle certezze, che vanno bene ovunque e per tutti, ma la verità è che il massimo che possiamo fare è cercare di procedere, faticosamente, per tentativi ed errori. Al pluralismo dei problemi difficilmente può corrispondere un monopolio delle soluzioni.











