di Enrico Franceschini
La Repubblica, 24 aprile 2022
Il politologo Ivan Krastev ha scritto sul “Financial Times” che è un errore perché così legittima la crociata antioccidentale di Putin e lo spinge alla creazione di un blocco autoritario con la Cina. Ma è una questione anche di valori, non solo economica. E le sanzioni vogliono fare pressioni sul regime, non criminalizzare i russi.
“L’Occidente non ha il potere di isolare la Russia e non è neanche nel suo interesse farlo”. Il monito proviene da Ivan Krastev, noto politologo bulgaro, uno dei fondatori dello European Council of Foreign Relations, autore di libri sull’ascesa del populismo antioccidentale nei Paesi dell’Europa orientale e il fallimento del liberalismo nell’affrontare questo fenomeno. In un lungo articolo pubblicato oggi dal Financial Times, ora il professor Krastev sostiene che, nella loro reazione alla guerra in Ucraina, Stati Uniti ed Europa stanno facendo coincidere l’intera Russia con Putin e sognano di isolarla politicamente, economicamente, culturalmente dal resto del mondo. Un doppio errore, secondo il politologo di Sofia, perché in questo modo si fa un favore a Putin, legittimando la sua crociata antioccidentale, e perché molti Paesi continuano comunque ad avere rapporti con Mosca.
Ma è vero che l’Occidente vuole criminalizzare tutta la Russia?
Il punto di partenza della tesi di Krastev appare discutibile: le sanzioni economiche occidentali, o l’indagine aperta dalla Corte Penale Internazionale contro Putin per crimini di guerra, non hanno lo scopo di punire o condannare l’intera popolazione russa, bensì di colpire i clan politici ed economici legati al Cremlino per creare dissenso nei confronti della guerra. Nessuno in Occidente vuole fare “scomparire la Russia”, come scrive il politologo sul quotidiano britannico: l’intento è casomai fare scomparire o almeno indietreggiare Putin e il putinismo.
Si possono accusare i russi di passività davanti agli orrori dell’invasione?
Né sembra convincente l’argomentazione di Krastev che l’Occidente sia rimasto deluso dal “silenzio della società russa” dopo i massacri di cui sono state accusate le forze russe a Bucha e in altre località ucraine. Nessun politico occidentale ha accusato il popolo russo di passività di fronte alle atrocità del conflitto. Al contrario, i media occidentali hanno riportato come la rigida censura di Mosca abbia impedito alla maggior parte della popolazione russa di conoscere la verità sulla guerra, che non può nemmeno essere definita tale, pena 15 anni di carcere. E non è vero che la società russa sia rimasta silenziosa. Il leader dell’opposizione russa Aleksej Navalny, dal carcere in cui deve scontare una pena di 13 anni per le pretestuose accuse di frode che hanno fatto seguito al tentativo di avvelenarlo, ha incitato a proteste quotidiane contro l’invasione dell’Ucraina. Più di 15mila persone sono state arrestate in dimostrazioni di protesta in numerose città. Perfino qualche oligarca legato al Cremlino e la governatrice della Banca centrale russa Elvira Nabiullina hanno criticato la guerra o ammesso che ha conseguenze negative, sia pure con prudenza per evitare di venire anche loro stritolati dall’apparato repressivo del regime. Diversamente da quanto afferma Krastev, nessuno in Occidente ha finora giudicato la Russia come una nazione nel suo complesso “moralmente irreparabile”.
Cosa rappresentano in questo contesto il “partito della pace” e il “partito della giustizia”?
Il suo intervento mette tuttavia a fuoco un dilemma che con il prolungarsi della guerra diventa sempre più evidente nell’opinione pubblica occidentale: tra quello che il politologo bulgaro chiama “il partito della pace”, definendolo come “coloro che insistono che la priorità per l’Occidente sia fermare le ostilità il più presto possibile, anche a costo di grosse concessioni alla Russia da parte dell’Ucraina”, e “il partito della giustizia”, da lui definito come “coloro per i quali la priorità sia espellere le truppe russe dal territorio ucraino anche a costo di una guerra prolungata”. Un dibattito che si coglie ovunque, anche in Italia, sulle pagine dei giornali, nei talk-show televisivi e sui social media.
Si può isolare economicamente la Russia?
Anche altri commentatori sottolineano che, nonostante il voto di 143 a 5 con cui l’Assemblea Generale dell’Onu ha condannato la Russia per l’invasione, numerose nazioni, tra cui Cina e India che da sole rappresentano quasi metà dell’umanità, sono rimaste formalmente neutrali e continuano ad avere buone relazioni con Mosca: nei giorni scorsi un’analisi sull’efficacia delle sanzioni economiche occidentali, anch’essa pubblicata sul quotidiano della City, citava il rischio dell’emergere di due sistemi economici e finanziari separati, uno centrato sull’asse Russia-Cina, l’altro sull’asse occidentale. Proprio oggi, a questo proposito, un editoriale del New York Times si chiede se le sanzioni servono, o bastano, a fermare Putin.
La guerra mette a rischio gli interessi dell’Occidente?
È vero, in sostanza, come dice Krastev, che l’Occidente non è in grado di isolare completamente la Russia e che tentare di farlo comporta un danno anche per gli interessi occidentali. Ma l’Occidente - inteso come il mondo libero e democratico - non ha soltanto degli interessi: ha anche dei valori. Degli ideali, nel nome dei quali è stata combattuta la Guerra fredda, anche in quel caso senza riuscire a isolare completamente la Russia (allora chiamata Urss) e anche in quel caso pagando un prezzo. Se a prevalere nella mentalità occidentale odierna sarà quello che il politologo di Sofia chiama “il partito della giustizia”, lo scontro con Mosca potrebbe diventare altrettanto lungo della Guerra fredda: decenni, a meno che Putin e il putinismo non tramontino prima. Se a prevalere sarà quello che egli chiama “il partito della pace”, una pace in Ucraina da raggiungere in fretta e ad ogni costo, il rischio sarà di avere sacrificato gli ideali della libertà e della democrazia sull’altare della convenienza a breve termine, dando in sostanza una vittoria politica e militare alla dittatura di Putin.
In Occidente c’è già stato un dibattito analogo?
Sì. L’Europa ha già vissuto un dilemma del genere, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Durante il cosiddetto “appeasement”, Francia e Gran Bretagna lasciarono che Hitler si prendesse una parte della Cecoslovacchia nella speranza di tenere buona la Germania nazista e di mantenere la pace nel continente: in quella fase vinse per l’appunto il “partito della pace”. Poi Hitler mostrò le sue vere intenzioni e si prese tutta la Cecoslovacchia, facendo cambiare atteggiamento ai Paesi democratici: allora prevalse il “partito della giustizia”, scoppiò la guerra, durò cinque anni e alla fine vinse la democrazia. Con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Occidente ha oggi di fronte un dilemma simile. Da un lato chi dice, in nome della pace, che l’Ucraina deve cedere, arrendersi e non mettere a rischio i nostri comfort e le nostre vite. Dall’altro chi crede, in nome della giustizia, che davanti a un’aggressione la pace non significa arrendersi, come ha detto nel suo discorso sul 25 aprile il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.










