sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Andrea Malaguti

La Stampa, 20 maggio 2024

“Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi” - Shakespeare, Re Lear. I ciechi siamo noi. Parto da una cosa che ha detto ieri Papa Francesco. A Verona. Davanti a trentamila persone. C’era anche molto Piemonte con lui, molta Torino. Da don Ciotti a Carlin Petrini. Si parlava di pace, parola diventata bestemmia, come se evocarla fosse già un tradimento, come se volesse dire abbandonare gli ucraini al proprio destino o negare il diritto all’autodifesa dello stato di Israele, se non addirittura la sua natura, il suo sacrosanto - non negoziabile - diritto di esistere. Come se fosse una rinuncia a valori che ci scivolano tra le dita, che non capiamo più, mentre mancano tre settimane alle elezioni europee e il sangue e la violenza ci inseguono dalla Slovacchia a Berlino, dalla Svezia a Parigi.

Il Papa, dicevo, e la sua frase davanti a una comunità in cerca di bussola. “La cultura marcata dell’individualismo è la radice delle dittature”. L’uomo che vale più del progetto. Ho scartato Meloni (non riesco a credere a un rischio di ducismo nostrano) e ho pensato a Putin e a Kim, il dittatore nordcoreano che si crede dio. Poi a Orban. A Xi. A Modi.

Giudici monocratici dell’esistenza di miliardi di esseri umani. Persino - con un involontario moto di autocensura - a Robert Fico, sospeso tra la vita e la morte dopo l’agguato vigliacco di uno pseudo-poeta, Juraj Cintula, pacifista con la pistola, sintesi perfetta di un tempo che con il senso di umanità ha perso anche il senso di sé. Gavrilo Princip in sedicesimi, fanatico tra fanatici, lupo non più solitario in un Continente che ha fatto dell’estremismo, della polarizzazione e dello scontro da stadio, il sottofondo sempre più sgradevole e rumoroso di queste settimane cupe, in cui le grandi masse dormono, annoiate e assenti, e un manipolo di esagitati riscrive le nostre agende. Non eravamo abituati ai colpi di pistola prima del voto. E se vi state chiedendo se quegli spari arrivassero da destra o da sinistra, vi state facendo la domanda sbagliata e fate anche voi parte dell’inganno.

Ora che l’hanno ferito, nell’istante esatto in cui gli si augura tutto il meglio, è ancora possibile dire che Robert Fico rappresenta un universo valoriale (e bisogna essere molto generosi a metterla così) che ha poco o niente a che vedere con l’Europa sognata a Ventotene?

Ma, soprattutto, che cosa è rimasto di quell’Europa, se in Germania, Maximilian Krah, “spitzenkandidat” dell’Afd, partito di ultradestra alleato di Matteo Salvini, dice a Tonia Mastrobuoni di Repubblica che “le SS non erano tutte criminali”?

Si è rotto un argine. Qualunque delirio viene spacciato per libero esercizio democratico. E se succede è perché qualcuno lo avalla. Qualcuno ci crede. Qualcuno condivide. Abbiamo liberato i nostri mostri e la piena della follia rischia di travolgere tutti. L’Italia dove sta in tutto questo? Giorgia Meloni che ruolo gioca? Moderata amica di Biden e Von der Leyen o pasionaria abascaliana, orgogliosa di inviare il suo caloroso messaggio, proprio oggi, alla convention di Vox, ritrovo aggressivo di nostalgici e ultraconservatori di ogni latitudine? Qual è la distanza ideale che divide la nostra premier da Orban, da Fico e da Abascal? Quanto ci avvicina a loro la triplice riforma di giustizia, autonomia regionale e carta costituzionale che la maggioranza impasta come un pane avvelenato? Stiamo scivolando su un piano inclinato e non si vede l’ombra di un’opposizione in grado di fermare il precipizio. Perché la sinistra, i progressisti, i centristi, non sono si sono mai chiesti davvero quando la democrazia ha cominciato ad essere considerata una merce scadente e ha lasciato il campo ai leader forti?

In Europa le aggressioni nei confronti dei politici sono triplicate nell’ultimo mese. Il capo del governo polacco, Donald Tusk, è stato minacciato di morte. Non è una buona notizia per nessuno. “Le persone sono in crisi, frustrate, si sfogano con chi dovrebbe rappresentarci. E le dichiarazioni populiste di politici anche seri inaspriscono il clima”, ha detto Ursula Munch, direttrice dell’Accademia per l’educazione politica di Tutzing, in Baviera, al nostro Marco Bresolin. Quello che qualunque analista vede e racconta lascia indifferente la collettività. Guardiamo la vita come se fossimo al cinema.

Ci odiamo da soli e ci facciamo odiare dal mondo, che detesta da sempre la superbia e l’arroganza occidentali, il nostro senso di superiorità, i nostri privilegi (non importa se ottenuti in larga parte in modo più che legittimo) e oggi ci vede deboli, confusi, divisi, quindi facilmente aggredibili. È l’ora di saltarci addosso e noi affrontiamo la sfida in alcolico ordine sparso.

“Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi”. Continuiamo a credere al nostro primato, alle piccole patrie, al nazionalismo salvifico, incapaci di affrontare questioni globali destinate a rovesciare gli equilibri economici e quelli geopolitici. Le corse solitarie contano più dello sguardo condiviso, il richiamo della cabina elettorale suona vuoto nella testa di un avente diritto su due. Non è uno scenario deprimente, è uno scenario pericoloso, che lascia nelle mani di pochi il destino di tutti.

“Chi ricopre un ruolo di responsabilità rischia di sentirsi investito del compito di salvare gli altri, come se fosse un eroe. Questo avvelena l’autorità”, ha aggiunto Papa Francesco a Verona. Frase inaspettata, che mi ha fatto tornare in mente un incontro avuto con Meloni qualche mese fa, a Palazzo Chigi. Era evidentemente stanca. Si è aperta. Con quel modo che ha lei di creare un istantaneo senso di empatia anche in chi condivide poco o nulla di quello che pensa. “Io non mollo, ma questo è un Paese che non vuole farsi salvare”. Uno sfogo, certo. I premier non salvano, guidano pro-tempore. Un modo di dire, forse. Che ieri mi è tornato tra i pensieri mentre guardavo Carlin Petrini baciare sulle guance il Pontefice e di fianco a lui due giovani imprenditori, uno israeliano e uno palestinese, abbracciarsi platealmente per dimostrare a chiunque che l’idea del nemico, il bisogno di guerra e il richiamo della violenza, sono semplicemente costruzioni malate della nostra mente. Patetico buonismo? “Un gesto potente”, mi dice Carlin Petrini mentre torna in macchina verso le Langhe. La fotografia di un sabato per la Pace in cui Francesco rimette al centro la politica dei temi contrapponendola all’arrembaggio truffaldino dei candidati bandiera, figurine buone a prendere i voti da consegnare ad altri. “Francesco ha parlato di lavoro, diritti, immigrazione, ambiente, disarmo. Questioni centrali. Alte. Potenti”. E la politica? “La politica, alla vigilia delle europee, dà un senso di sbandamento generale. Io sono molto preoccupato dall’astensionismo. Se aumenta ancora faremo fatica a pensarci una democrazia. In questo contesto le derive rischiano di essere patologiche. Quello che abbiamo combinato con la dichiarazione europea sui diritti Lgbtq+ è incredibile. Ma dove stiamo arrivando?”.

Mi verrebbe da rispondergli: siamo due Paesi, Carlin. Sta sparendo il collante sociale. Da una parte la ministra Roccella, i pasdaran del “vi diciamo noi come dovete vivere”, quelli che la pensano come Vannacci ma giurano di no. Dall’altra il presidente della Repubblica, Mattarella, noi partigiani della riconciliazione. “L’intolleranza per il diverso, l’indifferenza di fronte alle compressioni delle altrui libertà, costituiscono lacerazioni alla convivenza democratica. L’Italia non è immune da episodi di omotransfobia”. Io sto con Mattarella. E anche con Bertrand Russell: “In etica, come in altri campi del pensiero umano, ci sono due tipi di opinione: quelle rette sulla tradizione e quelle che hanno qualche probabilità di essere giuste”. Chi può credere, davvero, che l’aborto, l’eutanasia, gli orientamenti sessuali possano essere oggetto di un dibattito politico? In Europa pochissimi. Noi, l’Ungheria o la Slovacchia ci crediamo, ormai consegnati all’esercizio, chissà quanto inconscio, di un potere plebeo, che si comporta come tale, conoscendo perfettamente la lingua, l’anima e i pensieri di coloro ai quali toglie a libertà. È come se il nostro povero Paese avesse una dipendenza da una sostanza che da tempo non le dà più piacere, ormai sprofondato in un’oscurità senza rive.