di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 20 giugno 2025
Il gesto estremo dell’iraniano dopo la condanna a 6 anni e a una multa da 1,5 milioni. Un taglio profondo, fortunatamente non letale. Un taglio profondo da una parte all’altra del collo per gridare la propria rabbia e la propria frustrazione a poche ore da una sentenza durissima che lo ha condannato a sei anni di carcere e ad una multa monstre di 1,5 milioni di euro per essere stato ritenuto responsabile del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Non c’è pace per Amir Babai, cittadino iraniano di 32 anni, sbarcato sulle coste della Calabria jonica nell’ottobre di due anni fa assieme ad altri cento disperati, stipati come polli su un veliero monoalbero di poco più di 10 metri utilizzato per l’ennesimo viaggio della speranza sulla rotta turca, e arrestato due giorni dopo al centro di prima accoglienza sul molo nord del porto di Roccella. Bollato come scafista dalle dichiarazioni di altri tre passeggeri di quel viaggio, poi scomparsi nel nulla e mai sentiti durante il processo - le accuse agli scafisti si reggono per la quasi totalità dei casi sulle testimonianze raccolte dagli altri viaggiatori - Amir viene condotto nel carcere dove è ancora rinchiuso. Poi il lungo processo e, lunedì, la condanna che ha messo in moto un meccanismo che solo per caso non si è concluso nel peggiore dei modi. Dopo la lettura della sentenza che lo identificava come scafista Amir, che si è sempre dichiarato estraneo a tutte le accuse, è crollato emotivamente iniziando a urlare e a disperarsi all’interno del gabbione dell’aula giudiziaria. Fortemente scosso, il giovane è stato riaccompagnato in carcere e, poche ore dopo, si è ferito in modo serio approfittando di un momento in cui era da solo.
Secondo le prime ricostruzioni, il presunto scafista si è procurato una profonda ferita al collo, molto vicino alla vena giugulare. Solo il rapido intervento del personale della casa circondariale e la successiva corsa verso l’ospedale cittadino hanno evitato il peggio. Medicato con 15 punti di sutura, il ragazzo è poi stato ritrasportato in carcere con una vistosa fasciatura a protezione del collo e, ora, le sue condizioni di salute non destano più paura, anche se il rischio che il ragazzo possa ritentarci, anche solo come ricerca di attenzione, non è da escludere.
Arrivato in Italia in fuga da Teheran, Amir Babai era rimasto per un periodo in Turchia dove, lavorando come parrucchiere e come tuttofare, aveva racimolato il denaro necessario alla traversata: un “biglietto” che può costare tra i sei e i nove mila euro per un viaggio fino alle coste calabresi e poi, oltre il confine, verso paesi come Germania, Francia e Svezia mete di destinazione predilette, con buona pace dei proclami di invasione governativi, della maggior parte dei migranti che sbarcano sullo Jonio attraverso la rotta Turca.
E su quel barcone Amir ci era salito con Marjan Jamali, anche lei in fuga dall’Iran con un bambino al seguito, e finita a sua volta alla sbarra (poi assolta) come scafista nel processo di Locri. Ad accusare entrambi, le dichiarazioni degli stessi tre passeggeri che però, è venuto fuori durante il processo, avrebbero tentato di abusare della donna durante la traversata. Solo le resistenze della giovane madre e l’intervento diretto dello stesso Amir, che non ha esitato a mettersi in mezzo per scongiurare il tentativo di stupro, avevano evitato il peggio. Poi l’arrivo in Italia, l’arresto quasi immediato, il processo e la condanna in primo grado che lo ha ritenuto colpevole sull’onda del decreto Cutro, seguito alla tragedia in cui morirono quasi cento migranti, che ha inasprito pesantemente le pene per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Una condanna per molti versi inspiegabile, visto che oltre alle dichiarazioni rese dai tre testimoni poi svaniti nel nulla, a reggere l’accusa resta poco, di fatto solo la presenza del suo nome sulla chat Telegram utilizzata dall’organizzazione criminale che si occupa del trasporto dei migranti attraverso il Mediterraneo orientale fino alle coste della Calabria meridionale: una chat dove però sono presenti centinaia di nomi che corrispondono ad altrettanti passeggeri che nel tempo hanno utilizzato quel servizio.
E a nulla erano servite le dichiarazioni di Sejed Faruk - cittadino egiziano e capitano reo confesso su quel barcone - che in aula aveva escluso un coinvolgimento di Amir nella gestione del viaggio, giustificando la sua presenza sul ponte della barca per via di una profonda ferita a rischio infezione che il ragazzo si era procurato durante la traversata. Detenuto modello, Amir non ha potuto finora richiedere una misura diversa dalla custodia in carcere perché privo di un domicilio in Italia. Ma le cose potrebbero cambiare presto grazie all’impegno degli attivisti che hanno seguito il processo fin dalle sue prime fasi e che gli avrebbero trovato una casa nel comune di Riace, alla corte di Mimmo Lucano.











